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--- Story 5525 ---
Title : Lo spettro del grande crack
Subtitle : Da "Il Partito Comunista" n° 330 - settembre 2008
Topic : Altro
Region : Internazionale
Type : Notizie
Language : Italiano (it)
Author : Partito Comunista Internazionale
Organisation : Partito Comunista Internazionale
Email : icparty a international-communist-party.org
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Related Link : http://www.international-communist-party.org
Time Posted : Friday, Sep 26 2008, 2:27pm
--- Summary ---
Indice del numero:<br />
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PAGINA 1 – Lo spettro del grande crac. <br />
– La guerra fredda è stata ed è solo scontro fra capitalismi. <br />
– Terremoti e geologia sociale. <br />
PAGINA 2 – I Rapporti sul Fascismo presentati dalla Sinistra ai Congressi dell’Internazionale. <br />
PAGINA 3 – Il vaso di coccio libanese e i compiti del proletariato: Dalla crisi istituzionale allo scontro armato - Una difficile situazione sociale - Hezbollah falsa alternativa - La prospettiva proletaria e internazionalista. <br />
PAGINA 4 – Grande industria, emissioni di veleni, complicità del regime. <br />
--- Content ---
LO SPETTRO DEL GRANDE CRAC<br />
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La Patria è sul Grappa! si diceva nel 1917 nell’Alma Italietta i cui sacri confini erano in pericolo sotto l’incalzare delle armi nemiche. È vero, ogni patria in pericolo ha il suo Grappa, linea estrema di difesa e resistenza oltre la quale c’è la rotta; quale che sia il genere di guerra in corso. Quella del capitalismo mondiale, almeno dal 1987, con crisi finanziarie a cadenza più o meno biennale, è veramente una guerra di lunga durata. Non ancora contro il suo storico becchino, il proletariato internazionale oggi piegato e vinto, ma contro le conseguenze della sua follia produttiva, dell’incontenibile anarchia del mercato mondiale su cui si scaricano tutte le contraddizioni tra il produrre, il consumare, e l’accumulare. <br />
Nel mondo sovrastrutturale della finanza tutto ciò si manifesta con esplosioni violente e spettacolari che scatenano il panico da “fine del mondo”. Anche se il più delle volte i crolli del mercato azionario, anche i più profondi, si risolvono alla fine in una ripulitura delle tasche degli sciocchi che hanno preteso partecipare al gran banchetto dove nessuno vorrebbe pagare ciò che consuma, nello sgonfiarsi della “bolla” speculativa e nel far ripartire poi il meccanismo del ladrocinio legalizzato verso “nuove avventure”, in un ciclo ancora più accelerato e demente. <br />
L’ultima in ordine di tempo, ma certamente la più intensa per gravità, è la crisi indotta dalle operazioni sui mutui americani, che ha colpito non solo i listini di borsa ma sta facendo vacillare i colossi finanziari e tende a propagarsi anche agli altri comparti mondiali. <br />
Di fronte alla bufera che monta c’è poco da schierarsi dalla parte dei “monetaristi”, da quella dei “neo classici” o seguire la moda delle nuove teorie macroeconomiche: quando la Patria è in pericolo, gli effetti della follia della finanza scuotono il fradicio mondo borghese e vacillano i pilastri della creazione di valori di carta, le teorie si mettono da parte, i sacri principi della “libertà di mercato” semplicemente si ignorano, e si ripristinano le ricette dei nonni. <br />
La cura pare negare decenni di ferrei propositi per limitare al massimo gli interventi diretti dell’autorità statale nei fatti dell’economia, ed in specie della finanza. Prima che tutto vada a catafascio, babbo Stato Federale provvede a metterci una pezza, “garantendo” la truffa con i soldi pubblici. Questi ultimi, a loro volta, non sono che altri debiti, seppure fregiati del sigillo del Tesoro americano. Lo Stato acquisisce quindi due grandi Compagnie sull’orlo del fallimento, poi due della massime Banche del paese accollandosi i loro debiti e non sappiamo se finisce qui... <br />
Impossibile sapere la misura di questo debito: venticinque miliardi di dollari, più probabilmente trecento, forse di più. Un buco, una voragine non commensurabile. Nemmeno con il suo ipertrofico apparato di calcolo e controllo, con la sua sterminata rete di raccolta di informazioni a scala mondiale, gestite da schiere di analisti, il sistema capitalistico “globalizzato” è in grado di definire solo una scala di grandezza dell’ammontare della carta che ha emesso, e quale sia “buona” e quale no, a quanto ammonti il suo debito o il suo credito “in sofferenza”, come si dice in banca. Impotenza di una società fondata sulla “fiducia” e sull’accumulazione privata, dei borghesi individui come delle istituzioni a tutti i livelli, che non riesce nemmeno a conoscere se stessa. Se sopravvive è per caso! perché il becchino proletario è al momento assopito... <br />
Provano ora ad evitare che sprofondino quattro delle massime banche, che si tirerebbero dietro non poco della sconquassata finanza mondiale, quattro tra i più giganteschi enti creatori di carta straccia travestita da valore che operino sul mercato globale. <br />
È significativo che proprio gli strumenti che il capitalismo si dette or sono giusto ottanta anni allo scopo di contribuire ad una sua uscita ordinata dalla crisi, oggi sono quelli stessi che col loro fallimento vengono a precederla e ad innescarla! Fannie e Fred, le due finanziarie americane al collasso, furono infatti create negli anni Trenta per reperire i fondi necessari al riavvio dello stremato mercato immobiliare uscito dalla Grande Depressione, negli anni Sessanta si sono trasformate in società private quotate in borsa, e negli anni della finanza “avanti tutta” la loro funzione è diventata di acquistare pacchetti di mutui, erogati da altre banche, trasformarli in titoli e collocarli sul mercato: è il gioco di far credere che abbia un valore un “foglio” che testimonia un possibile valore in un futuro, più o meno prossimo, più o meno probabile. <br />
Con una garanzia complessiva sui mutui erogati di cinquemila trecento miliardi di dollari, quasi la metà dei mutui fondiari erogati negli Stati Uniti d’America sono riciclati in titoli a giro per il mondo. Vedi la fregatura della globalizzazione, che noi chiamiamo, scusate, imperialismo, col movimento non solo delle merci ma piuttosto dei capitali: vai tu a sapere dove si ramifica l’infezione. <br />
Il Tesoro, e di concerto la Banca Federale, garantiscono di colmare la voragine. La solita ricetta: soldi dei contribuenti, o tipografie che lavorano a ritmi sostenuti, o un miscuglio delle due possibilità, in buona pace delle bufale che lo loro pretesa scienza economica diffonde a larghe mani. <br />
Nella sostanza la ricetta non cambia se per le altre banche la “soluzione” non è stata di salvataggio, ma l’acquisizione forzosa, sotto pressione del Tesoro americano, da parte di altre, o addirittura di istanza di fallimento. Anche in questi casi la speranza è che l’effetto domino sia fermato o almeno rallentato da altri soggetti finanziariamente più robusti, che se ne accollino, ovviamente con robusti aiuti fiscali, pezzi e attività ancora attive, o almeno non in perdita. Così lo Stato americano, tramite i suoi organi, ha deciso il “salvataggio”, ovvero la concessione di finanziamenti quasi a fondo perduto, della più grande compagnia assicuratrice del mondo. <br />
Il problema, a questo punto della vicenda, è soltanto decidere chi salvare e chi abbandonare alla voracità “del mercato”, cioè al fallimento dichiarato. In prima fila ci sta chi ha compiuto i danni più grossi, ovvero le compagnie maggiori e che più hanno venduto fumo, quelle il cui tonfo avrebbe gli effetti più dirompenti. <br />
Qualche anima dotata di maggior senso di ironia si domanda dove sia finita la cosiddetta “economia di mercato”, dal momento che il Tesoro diventa, in modo diretto o mediato il controllore, se non il proprietario di una parte enorme dell’intero assetto finanziario Usa. La domanda si risponde da sola. Il capitalismo, soprattutto nella sua attuale fase terminale, la più terribile per le sorti immediate e future dell’umanità, non conosce più forme specifiche o di elezione per la sua esistenza e voracità. Come in guerra non ci sono regole, se non quelle imposte dalla stringente necessità. Quel che serve per la sopravvivenza del Capitale va fatto; e qualunque genere di ordine e principio, che pure i sui servi di destra o di sinistra invocano per limitarne la follia auto-distruttiva, deve essere inesorabilmente ignorato. Anzi, queste drammatiche rinunce ai loro stessi modelli e regole sono da tutti benedette. Presidenti a termine e candidati, inflessibili Governatori delle Banche Centrali, custodi dell’ortodossia monetaria e del mercato, Ministri del Tesoro e via elencando nelle gerarchie dell’Economia, della Finanza, dello Stato. Non una voce fuori dal coro: la salvezza prima di tutto! <br />
Nonostante ogni illusione, l’immane sovrastruttura di debiti travestiti da valori che muove ormai in larga parte la finanza mondiale, ha bisogno di uno sviluppo sempre crescente della produzione, cioè dell’accumulo di plusvalore operaio. Scollegare la “Finanza” dal ciclo di produzione-vendita-accumulazione capitalistica è, specialmente nelle fase di crisi, un sogno proibito di tutte le Autorità monetarie. Nella fase attuale il processo mondiale di inflazione pare rallentare e comincia a profilarsi lo spettro della deflazione, vero indicatore della grande crisi di sovrapproduzione. Ecco perché rispetto a questa sono state di altra portata la “bolla” della New Economy o le crisi innescate dalle truffe della Enron e collegate, o nella Italietta i casi Cirio o Parmalat. <br />
I travolgenti effetti di un crac generalizzato della struttura finanziaria degli Usa si porterebbero sull’intero assetto bancario e monetario mondiale poiché il debito estero americano è finanziato con titoli di Stato posseduti da tutto il mondo, cinesi e russi per primi. Le autorità monetarie hanno il ben misero armamento dei bassi tassi per aumentare il circolante e permettere di far fronte alle scadenze ed ai debiti, su tutte le sponde degli oceani, ad est ed ovest, non ci sono altri strumenti di intervento. E tutte le Autorità del capitale, in Cina, in Europa, in Giappone hanno provveduto a gettare denari nella fornace della crisi. Denari che servono a coprire debiti di dimensioni enormemente superiori, considerata la carta straccia prodotta. Ma altro da fare non c’è. <br />
Una pezza, per quanto piccola sia, è meglio di nulla, anche perché sperano nell’effetto “segnale” dato ai mercati, ovvero a tutti i creditori pagati con fogli senza valore, allo scopo di dar tempo ai Grandi di salvare il salvabile prima che se ne accorgano i piccoli Pinocchi che hanno portato i loro gruzzoli nel Campo dei Miracoli. <br />
Peggio andrà per i proletari che il capitale ha costretto ad affidargli i loro risparmi come trattenute obbligatorie per la vecchiaia e la malattia: questa parte integrante il salario è stata forzatamente trasformata in capitale e destinata alla giostra dei finanziamenti, degli interessi dei quali per decenni se ne è appropriato il capitale. Nella crisi quella ricchezza e riserva operaia è stata dilapidata nei salvataggi bancari e ben poco ne verrà restituito alla classe lavoratrice. <br />
Giustamente i proletari in Italia si sono tenuti alla larga dal gorgo dei “Fondi” di cui anche i sindacati di regime magnificavano le virtù magiche di moltiplicazione del valore. Il futuro che resta alle giovani generazioni proletarie è la condizione normale e necessaria di senza riserve della classe dei salariati. Questo stato di continua emergenza, incertezza e rovina incombente, questa totale mancanza, teorizzata anzi come giusta e morale, di sicurezze anche minime per l’immediato futuro, questo disprezzo arrogante e cieco per ogni necessità umana, sacrificata al profitto, alla truffa eretta a sistema, tutto questo è il capitalismo, che si conferma ed esaspera nella sua fase terminale. <br />
Non siamo in grado di prevedere date e scadenze. Abbiamo però la certezza dell’esito. Alla fine di questo ciclo, crisi ricorrenti e sempre più estese, generalizzate e profonde, un cumulo gigantesco di debiti e di carta straccia verrà ad ingolfare e bloccare la riproduzione mondiale del Capitale. Si porrà allora una unica via di uscita per l’azzeramento di tutti quei conti in rosso, la unica soluzione borghese, la Guerra. L’altra, la vera, soluzione per lo azzeramento dei conti è la Rivoluzione internazionale della classe operaia. <br />
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PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE<br />
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<a href="http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti330.htm" title="http://www.international-communist-party.org/Partito/Parti330.htm">http://www.international-communist-party.org/Partito/Pa...0.htm</a><br />
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