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kyrara kyrara at inventati.org
Mon Dec 4 12:02:32 PST 2006


questo è uscito su Carta di questa settimana


Fermarsi per ricominciare. È di questo che si parla da qualche settimana 
nella principale lista di lavoro di Indymedia Italia. Nonostante quanto 
molti scrivono, la crisi di Indymedia non dipende dall’improvvisa 
mancanza del server, ma ha radici lontane. Quando il network di 
Indymedia pose le sue basi anche in Italia, nel
2000, erano in pochi a credere alle sue potenzialità. Probabilmente 
nessuno, tranne la manciata di media-attivisti che lavoravano alla sua 
crescita, avrebbe mai scommesso che in poco tempo sarebbe diventato 
strumento privilegiato e fondamentale della comunicazione antagonista. 
Vale soprattutto per il suo essere /open publishing/, ovvero per il 
fatto di dare la possibilità di poter pubblicare notizie in maniera 
anonima e senza avere conoscenze informatiche specifiche; una 
peculiarità compresa fino in fondo, probabilmente soltanto negli ultimi 
tempi. Eppure, già da Genova 2001, Indymedia si è imposta come strumento 
in grado di stravolgere il mondo dell’informazione libera e di 
influenzare anche i media mainstream. Indymedia è rivoluzionaria per 
essere rete tra differenti media, per la facilità con cui si può 
consultare e contribuire, postando notizie, ma anche commenti. 
Rivoluzionaria perché gestita interamente attraverso le liste in cui 
attivisti dai più che differenti orientamenti  politici si sono da 
sempre confrontati in maniera non gerarchica. Ad essere rivoluzionario 
infatti, è sempre stato il metodo. Uno strumento sicuramente non facile 
da gestire. Il nodo italiano, del resto, è sempre stato tra i più 
politicizzati del network globale e la sua storia non può che essere 
letta insieme a quella del movimento. Vale per l’ascesa come per i 
momenti di crisi. In questi ultimi anni Indymedia è stata  facile 
bersaglio di fascisti, poliziotti infiltrati, o semplici spammer che 
puntano ad alzare il rumor di fondo, così come delle destre e dei vari 
pubblici ministeri che ne hanno chiesto l’oscuramento, dell’Fbi che ne 
ha sequestrato gli hard disk. Ma i problemi non sono solo questi. Dal 
2000 ad oggi è cambiato l’universo di cui Indymedia è stata ed è la 
voce. Così come sono mutati la rete ed il modo di fare informazione via 
web è cambiato molto, basti pensare a tutti blog che sono spuntanti e a 
piattaforme come Youtube che utilizzano anche loro l’open publishing. Lo 
strumento Indymedia non poteva non risentirne, così come la comunità non 
poteva non porsi degli interrogativi, con la molteplicità che l’ha 
sempre caratterizzata.
Dall’ultimo meeting, che si è tenuto a Torino dal 17 al 19 novembre è 
uscita la proposta di cui si sta discutendo proprio in questi giorni: 
fermarsi per rilanciare. Rinnovare uno strumento indispensabile, ma che 
così non può andare avanti. Le posizioni tra gli indyani sono molto 
diverse: c’è chi vorrebbe ripartire dalle situazioni territoriali, 
ridare voce ai soggetti in movimento, chi vorrebbe uno stacco netto, chi 
vorrebbe un confronto serrato senza chiusura, nemmeno temporanea, 
lasciando ancora a tutti la possibilità di pubblicare. Una situazione 
fluida e in continua evoluzione, insomma. E non è detto si trovi subito 
una strategia comune. Certo è che, nonostante innumerevoli tentativi di 
imitazione, Indymedia resta lo strumento di comunicazione più prezioso 
che il movimento ha a disposizione. Così come è certo che, una volta 
trovato il punto di partenza comune, Indymedia avrà bisogno del sostegno 
di tutti. Anche economico.





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