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Mon Nov 20 04:59:57 PST 2006


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Antagonisti in crisi d?identità
Per Indymedia l?ora dell?addio



JACOPO IACOBONI
TORINO
Alle quattro di una domenica grigiolina, nello stanzone dell?Asilo
occupato, nove ragazzi stanno, come dicono loro, «downloadando», tirando
giù il report finale degli stati generali di Indymedia. «Kaos», in Indy
ci si chiama coi nickname anche quando si è faccia a faccia, sta
scrivendo la più pazzesca delle autocritiche di gruppo: «Indymedia è uno
strumento fondamentale che ormai non funziona più. Questo però non è un
limite suo, è un limite del movimento. È il movimento a essere
litigioso, cazzaro, asociale e alienante, spesso». Spesso o sempre? Il
futuro è in questo dilemma: chiudere oppure «chiudere per rinascere»? È
tutto finito, bambina, cantava Bob Dylan. Lui chiuse per ricominciare.

Indymedia, il più importante network della sinistra radical italiana,
rischia di chiudere e basta. Nella migliore delle ipotesi deve cambiare,
e ha davanti la stessa sofferenza che ha chiunque cambia strada: rompere
col passato, rassicurante ma esaurito, e incamminarsi verso l?ignoto,
nuove amicizie, nuovi amori, nuovi progetti politici, la correzione
della nostra stupidità di ragazzi. «Siamo tutti più vecchi», dice
Antonio, storico militante del Gabrio, ora a Genova a lavorare nel
supporto legale del dopo-G8. Tutti meno disposti a farsi etichettare
come quelli che turbano la quiete pubblica, o come eterni bambini
ammalati di radicalismo. «Se Indymedia diventa sfogatoio per slogan
folli su Nassiriya, un po? è colpa anche nostra», dice Elektrico. Indy è
in crisi innanzitutto per questo: è in crisi di identità.

I soldi che mancano
Poi sì, ci sono tanti guai materiali. Indy rischia di chiudere per due
motivi. Uno, non ha più una lira e il server americano (nome in codice
Jeff) non è disposto più a ospitarlo. All?assemblea dell?Asilo Jeff ha
fatto arrivare un messaggio: «Ho fornito servizio di hosting a Indymedia
per qualche anno, come hanno fatto altri: calyx, community colo, riseup,
eccetera. Ho deciso di interrompere questo servizio». Indy, si scopre
adesso, spende da un minimo di 10mila euro all?anno a un massimo di
36mila. E i soldi non ci sono più. «In passato arrivavano soprattutto
dal network internazionale», racconta uno dei fondatori, una cinquantina
di ragazzi che nel ?99 inaugurarono il nodo italiano. Diversi di loro
erano del Gabrio; altri di Askatasuna, o dell?Asilo, tendenza anarchica.
Ora il network globale finanzia molto meno; anche da aree
tradizionalmente simpatizzanti, come Indy venezuelana, i rubinetti si
sono chiusi. E infatti una delle proposte è rilanciare una grande
campagna di finanziamento, cene, concerti, vendita di magliette. Quella
che s?acquista all?Asilo, fornita dal nodo Indy di Torino, potrebbe
essere l?ultima, dunque è un cimelio: nera, col brand (((i))) in bianco
in basso a destra, e dietro la scritta: «Do it yourself publish».
Pubblica da te.

I post deliranti
Era questo, in principio, il sogno. Fare da sé. Ma il progetto politico
che c?era nel ?99 adesso non c?è più, e Indymedia - da luogo mito
dell?informazione orizzontale, l?open publishing - è diventato, come
dice Kaos a nome della comunità, un refugium peccatorum: «Il 70% dei
post sono repost da media mainstream, il 20% comunicati di movimento, il
10% stronzate di pazzi invasati. Non lo era, ma è Indy è diventata una
triste bacheca di movimento». «Avevamo creato un gioiello», constata la
bionda ragazza torinese che ora vive a Genova, mentre passeggia e si
ferma a guardare l?amaca viola dentro il cortile interno dell?Asilo,
accanto a due moto e un moto-triciclo. Qui, in questa scuola per bambini
di tradizione ultrasabauda, si muore per rinascere come l?Araba fenice.
Non più slogan dementi contro Israele, basta coi post scritti da
sbandati, persino l?ipotesi di creare un filtro anti-boiate, sul modello
di quello che già fanno in Nord America, o Indy di Madrid. Poi «dovremmo
tornare per strada, spiegare cosa è Indy, come la si fa, perché abbiamo
scelto di farla così»...

I sogni abortiti
«Sette otto anni fa, prima di Praga, Napoli, e poi della tragedia alla
scuola Diaz, sembrava che Indy potesse essere l?espressione più naturale
di un movimento che s?espandeva, e credeva che un altro mondo fosse
possibile», dice la ragazza. Adesso c?è come una sensazione di festa
finita e di nausea, la sensazione di quando ti svegli dopo aver bevuto
troppo la sera prima. All?ingresso dell?Asilo, sulla destra, tre
carrelli di supermercato accanto a due biliardini sono pieni di
bottiglie vuote, ciò che resta di due notti in cui il sogno è sembrato
potesse persino rinascere. Di giorno, tutto è dannatamente più difficile.
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arccx
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