[Italy-List] Distruggere la paura, affermare il comune

Nieta nieta a autistiche.org
Sab 22 Ott 2011 13:47:12 PDT


di COLLETTIVO UNINOMADE

0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni,
abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò
che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono
incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle
potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla
nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e
continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la
sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o
detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note,
segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.

1. Partita da un appello degli indignados spagnoli, la mobilitazione del
15 ottobre si è diffusa in centinaia di città ai quattro angoli del
pianeta, a riprova dell’efficacia di uno stile di azione e di un
linguaggio politico (quello degli indignados, appunto) che meglio di
altri paiono adattarsi alle modalità asimmetriche con cui la crisi
colpisce società e popolazioni in diversi contesti geografici. La
profondità della rottura dello sviluppo capitalistico si è riflessa
nello specchio globale del 15 ottobre, offrendo un quadro ancora
parziale ma tuttavia rivelatore dell’intensità delle lotte e delle
ipotesi costituenti che ovunque cominciano a presentarsi. Straordinarie
sono state le mobilitazioni di Madrid e Barcellona, concluse con assedi
ai palazzi del potere, con occupazioni di scuole, palazzi e ospedali. Ma
molto importanti sono state anche le manifestazioni negli Stati Uniti,
che hanno portato un osservatore attento come Immanuel Wallerstein a
parlare del più rilevante movimento sociale in quel Paese dal ’68. Anche
qui l’occupazione fisica di uno spazio centrale a New York e
l’indignazione di fronte al potere della finanza sono stati i tratti
fondamentali di una radicalità che si è diffusa, in particolare dopo
l’occupazione del ponte di Brooklyn, in altre città statunitensi.
Attorno a questi punti alti della dinamica di indignazione si sono
disposte le altre iniziative, più o meno consistenti dal punto di vista
della partecipazione ma comunque essenziali nel dare un respiro globale
alla giornata.

2. La manifestazione di Roma si è collocata all’interno di questo quadro
con evidenti elementi distonici, che erano apparsi chiaramente già nelle
modalità della convocazione e nel percorso della sua preparazione.
Politicismo e provincialismo hanno pesato in Italia come in nessun altro
contesto, e troppi sono stati i tentativi di sovrapporre il classico
format della “manifestazione nazionale” a una convocazione che, proprio
in quanto proveniente “dall’esterno”, garantiva una mobilitazione che
nessuna forza organizzata è oggi in grado di determinare. Le logiche
della rappresentanza (politico-istituzionale e/o di movimento) hanno
così fin da principio introdotto elementi di “corruzione” all’interno
della costruzione italiana del 15 ottobre. E non è certo un caso che
realtà di lotta forti e radicate ma estranee alla logica della
rappresentanza, come il movimento NoTav e gli “stati generali della
precarietà” siano stati immediatamente indicati dai media come
“responsabili” degli incidenti. La ricerca del precario gentile e del
militante ragionevole, meglio ancora se ravveduto da un passato di
sregolatezza, è stata una costante nei giorni successivi al corteo
romano, essenziale alla costruzione della favoletta di un movimento
“buono” (cioè compatibile con le logiche della rappresentanza) e una
minoranza di “cattivi” e guastatori. Repubblica è stata particolarmente
zelante in questa ricerca, a cui ha fatto da contraltare una patetica
attività “investigativa” per individuare le realtà politiche da colpire.
Ma come spesso accade, il “partito dell’ordine” ha unito in un unanime
coro forcaiolo improbabili alleati – da Di Pietro a Maroni, da
Repubblica al TG1.

3. La manifestazione, in ogni caso, è stata prima di tutto gigantesca,
percorsa al proprio interno da una profonda eterogeneità sociale e
culturale, prima ancora che politica. L’antiberlusconismo è stato
senz’altro ben presente nei toni e nei sentimenti di molti e molte
partecipanti. E abbiamo visto nella delazione di massa cominciata già in
piazza, e poi rilanciata dai media (in primo luogo ancora da
Repubblica), la faccia più inquietante dell’apologia della legalità che
ha attraversato negli ultimi anni gli stessi movimenti. Su tutt’altro
versante, è emersa la presenza di un’area che ha caratterizzato la prima
parte del corteo con azioni dirette, a volte contro obiettivi
chiaramente individuati (ad esempio le banche) a volte con cieca furia
distruttiva. Tra queste due aree, il corteo romano era fin troppo
affollato di gruppi, gruppetti e gruppazzi, ciascuno con le sue ipotesi
su come rappresentare l’unità del movimento che manifestava a Roma.
Nessuno è stato in grado di farlo, tutte quelle ipotesi si sono
dimostrate non all’altezza del problema che politicamente la giornata
del 15 poneva, quando non velleitarie. Questa “densità” di strutture
politiche che in forme diverse fanno riferimento al “movimento” è una
peculiarità italiana che ha finito per agire da freno rispetto al
dispiegarsi di dinamiche di unificazione della protesta che altrove, ad
esempio nei due casi citati in precedenza (in Spagna e negli Stati
Uniti), si sono dispiegate in modo originale e autonomo. Nel vuoto
politico che si è aperto a Roma sabato (ma che già si era palesato nelle
settimane precedenti) lo spaesamento si è unito alla rabbia, fino
all’esplosione di rivolta sociale in Piazza San Giovanni, con ore di
resistenza e attacco di fronte alla violenza della polizia, a cui hanno
partecipato migliaia di giovani e meno giovani. Qui, con ogni evidenza,
comportamenti, pratiche, modi di stare in piazza (tra cui vanno
ricordati quelli delle migliaia di altri manifestanti che semplicemente
hanno rifiutato di andarsene) hanno dato allo scontro un segno
totalmente diverso rispetto a quanto si era visto nelle ore precedenti.

4. Là dove si è manifestata in forme politicamente significative, la
dinamica dell’indignazione presenta caratteri di radicale rottura,
indipendentemente dal fatto che si esprima in forme diverse dallo
scontro di piazza. E’ evidente in Spagna la rottura con la
rappresentanza politica, a partire dalla banale circostanza che il
movimento si è formato contro un governo di “sinistra” in cui molti
avevano visto l’astro nascente di un nuovo riformismo socialista e non
può certo avere nel Partito popolare il suo interlocutore. Ma
l’occupazione degli spazi urbani, il dilagare nei quartieri, le
occupazioni e le esperienze di autogestione dei servizi alludono a una
dimensione pienamente costituente. Negli Stati Uniti d’altro canto, in
un contesto completamente diverso dal punto di vista delle tradizioni e
delle dinamiche politiche, è stata in primo luogo l’occupazione degli
spazi urbani, al prezzo di centinaia di arresti, a esprimere la
radicalità e consolidare la forza del movimento. Diffusa ovunque è poi
la parola d’ordine della lotta contro il debito, che allude a un
essenziale terreno di campagna comune. Crediamo che questi aspetti di
radicalità e rottura segnino un punto di non ritorno per lo sviluppo
delle lotte e dei movimenti dentro la crisi. Si tratterà di “tradurli”
nei diversi contesti, senza pensare che esistano modelli “universali” (o
“globali”). Ma indietro non si torna! A fronte dei processi di
precarizzazione lavorativa ed esistenziale, di pauperizzazione
generalizzata, di esclusione e declassamento, di espropriazione
finanziaria, di emarginazione sociale, che nella crisi mostrano la loro
faccia più feroce, la radicalità delle pratiche deve impiantarsi su una
composizione sociale che sempre più trova nella povertà la propria cifra
d’insieme. Tutto questo è prodotto dal Capitale. E a noi sembra che le
lotte dentro la crisi debbano essere e siano innanzitutto lotte contro
il Capitale e contro la povertà che esso ci impone.

5. Se questo è lo scenario che si prefigura per i prossimi mesi, si
tratta di comprendere che la povertà viene vissuta da posizioni
soggettive assai diversificate, profondamente eterogenee. Questa
eterogeneità è un elemento costitutivo della composizione del lavoro
vivo contemporaneo. Non lasciamoci ingannare dalla retorica, certo utile
per costruire mobilitazione ma non priva di insidie, del 99% della
popolazione contrapposto alle oligarchie finanziarie: suggerisce
un’immagine di compattezza e di omogeneità dei referenti “sociali” del
movimento che ovviamente non trova riscontro nella realtà. Comportamenti
distruttivi, se non auto-distruttivi, sono connaturati ad alcune di
queste posizioni soggettive. Quando alcune periferie della povertà, come
era accaduto a Roma il 14 dicembre ed è tornato ad accadere il 15
ottobre, scendono in piazza, non è il caso di attendersi da loro
proposte di riforma costituzionale. Lo si era visto del resto con la
rivolta delle banlieues francesi nel 2005 e lo si è visto di nuovo
quest’estate in Inghilterra. Non si tratta di fare un’apologia
“estetizzante” dei comportamenti che hanno caratterizzato queste
insorgenze. Si tratta di scegliere prima di tutto da che parte stare. E
c’è una bella differenza tra stare con i poveri, anche se spaccano
tutto, e non starci – considerali intoccabili, lebbrosi. Media, polizia
e sistema politico non hanno dubbi su quale sia la parte giusta da cui
stare. Noi neppure.

6. Solo un programma positivo, maggioritario, materialmente definito può
probabilmente vincere gli eventuali caratteri distruttivi di alcuni
settori del movimento dei poveri. Per dirla nei termini più semplici
possibili: il problema di come far stare insieme in un corteo romano
l’artista del Teatro Valle condannato alla precarietà e l’adolescente di
Tor Bella Monaca che tendenzialmente a teatro non andrà mai è il
problema che poniamo quando parliamo di programma. Il fatto che anche la
semplice allusione a questo programma sia mancata nella preparazione del
corteo romano del 15 ottobre è ampiamente riconosciuto nel dibattito che
attraversa il movimento in questi giorni. Al più si è avvertita la
presenza da parte di alcune componenti di un “programma minimo”
costruito interamente attorno a linee di alleanza sindacale e
politico-istituzionale (e non può stupire che a molti quel programma
minimo sia apparso come un “opportunismo massimo”). A ciò si aggiunge la
mancanza di obiettivi caratterizzati a un tempo da radicalità, immediata
leggibilità e potenziale condivisione da parte della grande maggioranza
dei manifestanti. C’era qui, soprattutto considerando i numeri imponenti
del corteo, un limite di fondo che ha avuto un ruolo di primo piano nel
determinare la dinamica romana di sabato scorso. Davvero grottesco, in
particolare, ci è sembrato il tentativo di riesumare per l’occasione del
15 ottobre il modello del “social forum”. Ci è sembrato grottesco perché
non teneva in nessun conto i cambiamenti profondi che si sono prodotti
rispetto a una stagione di lotte e mobilitazioni certo importantissima,
ma che aveva tra l’altro conosciuto il proprio scacco in una dinamica di
rappresentazione sul terreno dell’opinione pubblica e della società
civile di cui proprio il modello del “social forum” era stato
espressione. La sconfitta della straordinaria mobilitazione globale
contro la guerra in Iraq il 15 febbraio del 2003, quando milioni di
donne e uomini scesero in piazza in tutto il mondo inducendo il New York
Times (e l’ineffabile Repubblica di rimbalzo) a parlare della “seconda
potenza mondiale”, è ancora viva nella memoria dei movimenti.
Immaginiamo che qualcuno, il 15 ottobre, abbia ricordato con nostalgia
l’oceanica manifestazione romana di quel giorno di febbraio. Molti di
noi hanno invece ripensato al senso di impotenza provato in
quell’occasione di fronte a una guerra che stava per cominciare e che
non eravamo riusciti a fermare. E hanno semmai avvertito una certa
somiglianza tra quel senso di impotenza e lo spaesamento di molti
manifestanti romani il 15 ottobre. Né nelle piazze spagnole né a
Zuccotti Park a New York si respirano senso di impotenza e spaesamento.

7. Attorno al metodo – è bene sottolinearlo – i movimenti italiani
conoscono un limite di fondo: mai sono stati capaci di cogliere
nell’orizzontalità, nella massificazione del movimento, la singolarità
della decisione, ovvero la decisione voluta da tutti, e che nasce solo
quando se ne parla prima, quando se ne discute a lungo, quando se ne
dibatte senza la paura di esser ascoltati, senza aver voglia di esser
subito intervistati. Speriamo che quanto è avvenuto non rappresenti
l’ultima avventura dei movimenti nati negli anni Novanta, che
riconobbero nella forma-manifestazione l’evento decisivo. C’è un nuovo
movimento oggi, che considera il comune costituente come il suo
orizzonte e la discussione senza paura e senza autorità come il suo
metodo. In Italia, questo movimento si è espresso attorno alle elezioni
amministrative e nei referendum della scorsa primavera, nelle lotte
contro la TAV in Val di Susa, vive nelle mille esperienze di
auto-organizzazione e di lotta di precari e migranti. Si tratta di
lasciargli spazio e voce, nella consapevolezza che solo un progetto
costituente può unificare tutti nel movimento. In Spagna, l’elemento
qualificante di questa unificazione è stato senz’altro l’acampada. Il
vivere insieme nelle piazze. Poi si sono sviluppati comitati di
quartiere su cui si sono assommate le funzioni dell’emancipazione
concreta del proletariato moltitudinario. Si tratta di camere del lavoro
metropolitano e di centri di occupazione e di autogestione delle
istituzioni del Welfare ormai disertate dallo Stato. Ma c’è ben altro.
La chiave del modello costituente nella vita condivisa sta nella
distruzione della “paura” che troppi ancora sentono, non appena si
tratta di stare insieme. Una distruzione praticata con esperienze
pacifiche, collettive, di massa – quando questo è possibile –, ma senza
mai cedere alla facilità di abbandonare i poverissimi della società, i
senza tetto, gli ipotecados, gli indebitati, i nuovi poveri, e tutte le
altre vittime del saccheggio capitalistico odierno. Non aver paura è
resistere al potere ed esprimere potenza d’invenzione, di produzione
sociale e politica. Attorno alle lotte contro il debito, le
privatizzazioni, contro la speculazione sulle “grandi opere”, per
l’organizzazione comune dei servizi di Welfare e per la riappropriazione
della rendita finanziaria alcuni elementi di programma stanno
cominciando materialmente a definirsi. Non è certo all’interno dei
confini degli Stati nazionali che questi elementi possono comporsi e
saldarsi efficacemente! La conquista dello spazio europeo, lacerato
dalla crisi e trasformato nelle sue stesse geografie tanto dalla crisi
stessa quanto dai movimenti di rivolta nel Maghreb, torna qui a proporsi
come compito immediato e straordinariamente urgente per le lotte e per i
movimenti.

Ps: mentre scriviamo molte ragazze e ragazzi sono ancora in galera.
Chiederne l’immediata scarcerazione, senza se e senza ma, è il dovere
comune di tutte e tutti. Pensiamo che nessuno possa avere dubbi su questo.
_______________________________________________
Mayday mailing list
Mayday a inventati.org
https://www.autistici.org/mailman/listinfo/mayday



Maggiori informazioni sulla lista Italy-List