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Mon Aug 29 08:36:55 PDT 2005
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Editato da mazzetta
Io Skinhead
Una ragnatela tatuata sul gomito, simbolo della discriminazione che
non permette di trovare lavoro, che relega le braccia allinattività e
le rende vecchi cimeli inutili. Una rondine, che vuol dire libertà,
ereditata dai galeotti e marinai inglesi. Sono questi due dei tatuaggi
classici degli skinheads, insieme a tanti altri, che ricoprono i loro
corpi come un mantello di messaggi politici, religiosi e ideologici.
Il movimento skin nasce in Inghilterra durante gli anni settanta come
evoluzione dei punk: una questione di musica e di look che presto si
intreccia con una coscienza politica.
Essere skin «è soprattutto una scelta spirituale» dice Marco, 29 anni,
giardiniere a Pavia, uno dei membri più attivi del Veneto Fronte Skin,
un movimento nato nel 1986 e ora punto di riferimento in Italia per
gli skinheads di destra impegnati politicamente. Il look è come una
divisa, serve per essere ben visibili, perché gli skin fanno della
loro riconoscibilità la seconda arma. La prima è la violenza. Portano
gli anfibi neri con le stringhe bianche, perchè «bianco è il potere»,
ma negli ultimi anni sono ammesse anche le scarpe da calcetto;
indossano jeans tagliati corti con un risvolto basso, oppure pantaloni
militari, magliette Fred Perry, con una riga colorata intorno al
colletto che, di solito, richiama il colore delle bretelle strette, le
felpe Lonsdale, il bomber nero. Le teste sono rigorosamente rasate.
Dietro allapparenza cè lideologia, che trova i suoi fondamenti nei
nazionalisti della storia, Hitler, Mussolini, Milosevic. Leggono libri
di storia, guardano documentari, sfogliano i quotidiani, i giornali
locali perchè spesso parlano di loro, Libero e la Padania, anche se a
volte nel leggerli si devono «tappare il naso». Poi cè quella che
Marco definisce "la battaglia": «Ci prepariamo costantemente allo
scontro spiega Marco facciamo sport da combattimento, puglilato,
thai boxe, pesi».
«Ci rifacciamo alle guerre cavalleresche, ai legionari romani, allo
scontro ad armi pari, in cui si guarda in faccia il nemico. Nello
scontro fisico si riassume la spiritualità degli skin: mettersi alla
prova, testare la forza e forgiare il carattere». In una parola, ed è
sempre la stessa, violenza. Marco porta al collo un ciondolo, un
nyolmir, il martello di Thor, dio della guerra nella mitologia
scandinava: «E un simbolo di protezione, uno scudo spirituale durante
il combattimento». Alcuni si definiscono cattolici, altri pagani. I
nemici numero uno in questa guerra sono i «rossi», «perché,
dichiarandosi antifascisti, si mettono direttamente contro di noi, che
siamo patrioti fascisti» dice Marco. Tra i rossi, sono soprattutto i
radical chic a scatenare la solita rabbia degli skin, «perché prima
tradiscono la patria e poi si fanno proteggere dalle forze
dellordine. Pontificano senza sapere cosa sia la vita della strada:
non hanno alcun senso della coerenza». Una coerenza che loro pensano
di avere. Ma i più la chiamano, ancora una volta, violenza.
E intorno alla rabbia che si svolge tutta la vita di uno skin, dalla
casa in cui vive, agli amici che frequenta, al lavoro che svolge. E
un movimento che parte dalle periferie, che raduna la classe più
bassa, lavoratrice, gli operai soprattutto. E da qui che nasce la
loro politica di strada, fatta sul territorio per strappare terreno
utile alla causa: «Abbiamo fatto campagne contro la droga, contro
laborto, contro limmigrazione. Ora stiamo raccogliendo firme per
abolire la legge Mancino che non ci permette di dire che siamo
fascisti o di sventolare una bandiera con le svastiche: è una
criminalizzazione del pensiero» spiega Marco. Una politica «contro»
dunque: contro la droga «perché è uno strumento del potere, che
annebbia il cervello e ci rende controllabili», contro laborto
«perché la famiglia e la tradizione sono il nostro punto di
riferimento per una società civile», contro limmigrazione «perché la
multiculturalità non esiste: non cè mai contaminazione culturale, cè
solo prevaricazione». Le conquiste liberali degli ultimi decenni sono
altri dei troppi nemici.
Oggi gli skin non picchiano gli immigrati, «se non provocano»
ovviamente, perché la loro presenza non è frutto di una scelta, «se
potessero stare a casa propria sarebbero più contenti». E su questa
via che si arriva a uno dei punti cardine della mentalità skin,
lantiamericanismo e lantisionismo: «Gli americani sono i primi
dittatori della terra,disegnano il mondo a modo loro senza rispettare
le culture e le identità nazionali. Fanno il gioco dello stato
dIsraele e delle sue mire espansionistiche».
La divisa del guerriero, il combattimento e la violenza hanno un
prezzo. Un prezzo che parla di arresti, di processi, di cicatrici, di
una vita in cui la famiglia non può esistere: «Un soldato non può
permettersi legami forti, perché per essere coraggioso non deve avere
nulla da perdere» conclude Marco. Una vita clandestina, imprigionata
ai limiti della società. Il loro carceriere ha un nome, si chiama odio
e, come dice Danny Vinyard in American History X, uno dei film culto
degli skin: «Lodio è una palla al piede».
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Io Skinhead
Una ragnatela tatuata sul gomito, simbolo della discriminazione che
non permette di trovare lavoro, che relega le braccia allinattività e
le rende vecchi cimeli inutili. Una rondine, che vuol dire libertà,
ereditata dai galeotti e marinai inglesi. Sono questi due dei tatuaggi
classici degli skinheads, insieme a tanti altri, che ricoprono i loro
corpi come un mantello di messaggi politici, religiosi e ideologici.
Il movimento skin nasce in Inghilterra durante gli anni settanta come
evoluzione dei punk: una questione di musica e di look che presto si
intreccia con una coscienza politica.
Essere skin «è soprattutto una scelta spirituale» dice Marco, 29 anni,
giardiniere a Pavia, uno dei membri più attivi del Veneto Fronte Skin,
un movimento nato nel 1986 e ora punto di riferimento in Italia per
gli skinheads di destra impegnati politicamente. Il look è come una
divisa, serve per essere ben visibili, perché gli skin fanno della
loro riconoscibilità la seconda arma. La prima è la violenza. Portano
gli anfibi neri con le stringhe bianche, perchè «bianco è il potere»,
ma negli ultimi anni sono ammesse anche le scarpe da calcetto;
indossano jeans tagliati corti con un risvolto basso, oppure pantaloni
militari, magliette Fred Perry, con una riga colorata intorno al
colletto che, di solito, richiama il colore delle bretelle strette, le
felpe Lonsdale, il bomber nero. Le teste sono rigorosamente rasate.
Dietro allapparenza cè lideologia, che trova i suoi fondamenti nei
nazionalisti della storia, Hitler, Mussolini, Milosevic. Leggono libri
di storia, guardano documentari, sfogliano i quotidiani, i giornali
locali perchè spesso parlano di loro, Libero e la Padania, anche se a
volte nel leggerli si devono «tappare il naso». Poi cè quella che
Marco definisce "la battaglia": «Ci prepariamo costantemente allo
scontro spiega Marco facciamo sport da combattimento, puglilato,
thai boxe, pesi».
«Ci rifacciamo alle guerre cavalleresche, ai legionari romani, allo
scontro ad armi pari, in cui si guarda in faccia il nemico. Nello
scontro fisico si riassume la spiritualità degli skin: mettersi alla
prova, testare la forza e forgiare il carattere». In una parola, ed è
sempre la stessa, violenza. Marco porta al collo un ciondolo, un
nyolmir, il martello di Thor, dio della guerra nella mitologia
scandinava: «E un simbolo di protezione, uno scudo spirituale durante
il combattimento». Alcuni si definiscono cattolici, altri pagani. I
nemici numero uno in questa guerra sono i «rossi», «perché,
dichiarandosi antifascisti, si mettono direttamente contro di noi, che
siamo patrioti fascisti» dice Marco. Tra i rossi, sono soprattutto i
radical chic a scatenare la solita rabbia degli skin, «perché prima
tradiscono la patria e poi si fanno proteggere dalle forze
dellordine. Pontificano senza sapere cosa sia la vita della strada:
non hanno alcun senso della coerenza». Una coerenza che loro pensano
di avere. Ma i più la chiamano, ancora una volta, violenza.
E intorno alla rabbia che si svolge tutta la vita di uno skin, dalla
casa in cui vive, agli amici che frequenta, al lavoro che svolge. E
un movimento che parte dalle periferie, che raduna la classe più
bassa, lavoratrice, gli operai soprattutto. E da qui che nasce la
loro politica di strada, fatta sul territorio per strappare terreno
utile alla causa: «Abbiamo fatto campagne contro la droga, contro
laborto, contro limmigrazione. Ora stiamo raccogliendo firme per
abolire la legge Mancino che non ci permette di dire che siamo
fascisti o di sventolare una bandiera con le svastiche: è una
criminalizzazione del pensiero» spiega Marco. Una politica «contro»
dunque: contro la droga «perché è uno strumento del potere, che
annebbia il cervello e ci rende controllabili», contro laborto
«perché la famiglia e la tradizione sono il nostro punto di
riferimento per una società civile», contro limmigrazione «perché la
multiculturalità non esiste: non cè mai contaminazione culturale, cè
solo prevaricazione». Le conquiste liberali degli ultimi decenni sono
altri dei troppi nemici.
Oggi gli skin non picchiano gli immigrati, «se non provocano»
ovviamente, perché la loro presenza non è frutto di una scelta, «se
potessero stare a casa propria sarebbero più contenti». E su questa
via che si arriva a uno dei punti cardine della mentalità skin,
lantiamericanismo e lantisionismo: «Gli americani sono i primi
dittatori della terra,disegnano il mondo a modo loro senza rispettare
le culture e le identità nazionali. Fanno il gioco dello stato
dIsraele e delle sue mire espansionistiche».
La divisa del guerriero, il combattimento e la violenza hanno un
prezzo. Un prezzo che parla di arresti, di processi, di cicatrici, di
una vita in cui la famiglia non può esistere: «Un soldato non può
permettersi legami forti, perché per essere coraggioso non deve avere
nulla da perdere» conclude Marco. Una vita clandestina, imprigionata
ai limiti della società. Il loro carceriere ha un nome, si chiama odio
e, come dice Danny Vinyard in American History X, uno dei film culto
degli skin: «Lodio è una palla al piede».
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