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Thu Oct 20 12:25:31 PDT 2005
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EURASIA. RIVISTA DI STUDI GEOPOLITICI
Anno II - Numero 3
Ottobre-dicembre 2005
Il Mediterraneo ha costituito per secoli il centro geopolitico dei conflitti tra le potenze europee; ma anche oggi, nellepoca in cui lo scontro geopolitico avviene su uno scenario continentale (eurasiatico), larea mediterranea rimane il luogo di una possibile frattura tra Nord e Sud, la zona che un occupante straniero deve necessariamente controllare. Ecco perché il tema del Mediterraneo, al quale è in gran parte dedicato questo numero di Eurasia, rappresenta una scelta veramente opportuna.
Il Mar Mediterraneo è uno spazio sacro per diverse tradizioni, culture e popoli; anche se questo aspetto non occupa un posto rilevante nelle considerazioni dei geopolitici, il contributo di Claudio Mutti (Delenda Carthago) sulla storia e sulla fine di Cartagine getta luce su tale questione, quanto meno in maniera indiretta, allorché egli considera la contrapposizione tra il materialismo cartaginese e la cultura greco-romana e prende in considerazione sotto langolatura storica il conflitto tra una potenza essenzialmente di terra (Roma) e un imperialismo talassocratico (Cartagine).
A questo punto va menzionato il breve articolo di Anna Maria Turi su Malta, poiché questo piccolo Stato si trova allincirca tra la costa dellantica Cartagine e la penisola italica. Malta, che può esser detta lunico Stato arabo membro dellUnione Europea, merita unattenzione speciale per via della sua storia lunga e movimentata, nella quale si sono concentrati quasi tutti i fattori delle vicende mediterranee.
Il Mar Nero può esser visto come una estensione del Mediterraneo. Il Mar Nero è stato oggetto di lunga contesa tra gli eredi dellimpero bizantino ed oggi, dopo il dissolvimento dellURSS, è uno dei luoghi in cui è più aggressiva la penetrazione occidentale nel cuore del continente eurasiatico. Di ciò si occupa Daniele Scalea nel breve ma incisivo studio su La guerra degli oleodotti intorno al Mar Nero. Stefano Rimini, a sua volta, tratta dellimportanza rivestita dalla Crimea (Crimea: analisi storica e questioni attuali), la penisola del Mar Nero che è teatro di conflitti di nazionalità pressoché ignorati.
Carlo Terracciano, recentemente scomparso e commemorato in un necrologio per la sua vita consacrata allideale della liberazione europea ed eurasiatica, stabilisce una interessante analogia tra il nostro Mediterraneo e altre due regioni del globo: il Mar dei Caraibi e il Mar Cinese Meridionale (I Mediterranei del mondo). Ciascuno di questi tre mari regionali non solo è circondato dalla terraferma o da grandi isole (è il caso del Mar Cinese Meridionale), ma ha anche, al centro, unisola che è la chiave strategica per il dominio di tutta larea. Sono la Sicilia, Cuba e Formosa (Taiwan). La conquista della Sicilia da parte degli USA è il tema di un accurato studio di Alessandro Lattanzio (La Sicilia tra il luglio 1943 e il dicembre 1945), pubblicato anchesso in questo numero di Eurasia. Quanto a Cuba, la presenza degli Statunitensi sul territorio dellisola socialista è tristemente famosa per via del campo di concentramento per Musulmani situato nella baia di Guantanamo, mentre Taiwan costituisce la postazione americana contro quello che si profila come il nemico principale degli USA: la Cina. I tre punti nevralgici dei tre Mediterranei del mondo sono dunque tutti quanti sotto il controllo della potenza mondiale egemone.
Alberto B. Mariantoni (Dal Mare Nostrum al Gallinarium Americanum. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente) illustra levoluzione del Mare Nostrum in un retroterra americano, presentando un elenco completo delle basi statunitensi (basi militari e spionistiche) nella regione mediterranea, fino al Vicino Oriente. Alla presenza militare statunitense in unaltra regione dellEurasia è invece dedicato linteressante articolo di Fabrizio Vielmini, La presenza militare USA in Asia centrale.
La strategia di questa conquista del grande spazio europeo ed eurasiatico attraverso il canale mediterraneo è analizzata da Antonio Venier (La geostrategia statunitense nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente), il quale conclude che le operazioni della grande strategia americana sono state fino ad oggi sostanzialmente coronate dal successo, con il solo ostacolo della tenace resistenza irachena.
Una parte di questa strategia americana coinvolge la nuova Algeria, che, invece di percorrere la via democratica verso linstaurazione di uno Stato islamico (cammino iniziato con le elezioni del 1991), è stata trascinata in una sanguinosa guerra civile, finché è riemersa come stabile base operativa per la penetrazione americana nei territori nordafricani, grazie allinstallazione di una base di telecomunicazioni per la cosiddetta guerra al terrore. Questa sequela di fatti si trova nellarticolo di Filippo Pederzini La nuova Algeria. Lombra statunitense sulle coste del Mediterraneo sud-occidentale.
Un esempio di resistenza araba contro il dominio imperialista è rievocato da Spartaco Alfredo Puttini (Limmagine della Sfinge: lEgitto di Nasser e lopinione pubblica italiana). Lautore esamina le reazioni dellopinione pubblica italiana nei momenti alle notizie provenienti dallEgitto nasseriano, nella prospettiva di unalleanza euro-araba per lintegrazione euromediterranea.
Chi si avvantaggia dellattuale situazione di egemonia occidentale sul Mediterraneo sono le varie specie di mafiosi che esercitano il traffico di stupefacenti dallAsia alla Turchia ai Balcani, o controllano il mercato degli schiavi tra la mafia russa e lentità sionista. Alcuni particolari aspetti di questa realtà sono trattati da Adriano Scianca, che in Narcotraffico e Mediterraneo si concentra sul traffico di droga indicandone gli operatori unicamente in Albanesi e Cecena.
Silvia Zugno descrive, con interessanti particolari, un festival tenuto a Tirana nel giugno 2005, al quale hanno partecipato vari gruppi dediti alla diffusione della democrazia (ossia alla sostituzione della sovranità nazionale con la subordinazione alla strategia mondialista e ai valori culturali americani). Lautrice si addentra nella strategia retrostante, che si trova esplicitamente descritta in testi strategici statunitensi come ad esempio Restoring the American leadership: 13 cooperative steps. Tuttavia cè un aspetto che non viene menzionato: la strategia americana deve il suo successo non soltanto alle irrealistiche aspettative di libertà e prosperità, che vengono sfruttate dagli organizzatori delle rivoluzioni colorate, ma anche alle ingiustizie storiche commesse dalle stesse potenze eurasiatiche (Mosca, Pechino e altre). La strategia eurasiatista deve tener presente questo fatto, se vuole avere successo.
Costanzo Preve, filosofo di formazione marxista diventato un collaboratore costante di questa rivista, pone una serie di questioni veramente opportune. Sul rapporto tra lEuropa e il suo Mediterraneo (LEuropa e larea euro-mediterranea) egli sembra chiedere: quale Europa? Sappiamo di che cosa stiamo parlando? Esiste unEuropa cristiana? Esiste unEuropa carolingia? UnEuropa illuminista? UnEuropa borghese? Per Preve il punto focale, a parte tali questioni, è la trasformazione dellEuropa negli anni decisivi 1989-1991, un periodo in cui le concezioni ristrette sullEuropa sono diventate anacronistiche, mentre la riunificazione dellEuropa è stata un successo strategico per gli USA e la strategia euro-atlantista. In generale, lallargamento dellEuropa non può essere visto in termini di positivo-negativo, ma nella prospettiva di una crisi, anche di natura antropologica. Lostacolo principale alla costituzione di una unità euro-mediterranea è, naturalmente, la demonizzazione dellIslam: non solo la demonizzazione in chiave estremista rappresentata dallodio fallaciano, ma anche quella che si articola intorno al concetto della arretratezza dellIslam. (Per quanto concerne lo scontro di civiltà col mondo islamico, si veda anche lintervista rilasciata da Enrico Galoppini: Mondo islamico e disinformazione: la dimensione mediatica dello scontro di civiltà). Preve si aspetta una inevitabile secolarizzazione delle società musulmane, come effetto del progresso scientifico. Evidentemente egli non prende in considerazione la funzione ciclica dellIslam né la speciale relazione esistente in Islam tra la conoscenza e il sacro, grazie alla quale la cultura islamica è alle origini della scienza moderna, anche se nella tradizione islamica il posto della scienza non è al centro, ma nella struttura della tradizione stessa. Questo equilibrio non ha potuto essere trasmesso allEuropa cristiana, sicché questultima ha conosciuto uno sviluppo tecnico unilaterale inteso come fine in sé o come mezzo per il profitto capitalistico. Perciò possiamo dire che lIslam non solo non sarà secolarizzato dalla tecnica, ma che anzi esso e soltanto esso dispone dei mezzi idonei per distruggere la pseudoreligione idolatria del capitalismo, le cui radici, in questo numero di Eurasia, vengono fatte risalire allepoca biblica (cfr. Marek Glogoczowski, Genesi biblica della rivoluzione iperborghese).
Preve ha recentemente trattato la questione delle prospettive geopolitiche europee nel suo libro Filosofia e geopolitica, pubblicato dalle Edizioni allinsegna del Veltro (la stessa casa editrice che pubblica Eurasia) e recensito in questo numero della rivista da Daniele Scalea.
In un suo altro contributo presente in questo numero (I referendum sulla costituzione europea) Costanzo Preve fornisce una panoramica della globalizzazione e dellopposizione che essa incontra. Per lui la costituzione bocciata da Francesi e Olandesi è un passo verso unEuropa neoliberale, parte del blocco occidentale egemonizzato dagli USA, e quindi egli loda la bocciatura di tale costituzione. A questo intervento ne segue uno di Claudio Mutti (Il bambino e lacqua sporca), che concorda con la critica di Preve alla orribile Europa dei burocrati neoliberali, ma mette in guardia contro la demolizione degli strumenti europei per la costruzione di unEuropa integrata e quindi un possibile impero europeo indipendente da Washington. Un grave pericolo, secondo Mutti, è dato dalla regressione allEuropa delle piccole patrie, lEuropa dalle cento bandiere, ossia un mosaico di staterelli che non potrebbe costituire un contrappeso rispetto alla superpotenza americana e che è caldeggiato dai movimenti populistici e di estrema destra (sempre islamofobi e xenofobi secondo diverse graduatorie). Aggiungiamo da parte nostra che tali movimenti, in crescita in alcuni paesi europei, possono rappresentare una seconda pista per Washington e Tel Aviv, se i burocrati neoliberali non riescono a realizzare il programma globalista.
Questo argomento viene trattato da Claudio Mutti anche in una recensione critica del libro di Federico Prati e Silvano Lorenzoni Scritti etnonazionalisti. Per unEuropa delle Piccole Patrie, libro che presenta una prospettiva diametralmente opposta a quella di ogni idea imperiale, e delleurasiatismo in particolare. Dei due autori di questo libro, il secondo ci è noto per avere scritto no studio illuminante su Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo e un interessante - ma in parte stupido studio sulla degenerazione delle razze umane intitolato Involuzione. Il selvaggio come decaduto. Stranamente, Lorenzoni non sembra accorgersi che il micronazionalismo da lui proposto costituisce proprio una via per giungere alla degenerazione delle culture, alla pigmeizzazione, per usare un suo termine. Ma quello che Claudio Mutti mette in luce è un altro aspetto di questa idea di un piccolo Stato per ogni piccolo gruppo etnico: la sua compatibilità per non dire di più coi progetti americano-sionisti di frammentazione di tutte le possibili realtà rivali, come è dimostrato dai casi del Cossovo e del Curdistan. Una analoga posizione etnonazionalista volkisch neologismo tre volte ridondante, come osserva Mutti è rappresentata da Guillaume Faye, il quale è uno dei principali agents dinfluence che operano per trasformare la destra europea, vecchia o nuova, in un senso favorevole ai progetti atlantismi.
Martin A. Schwarz
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EURASIA. RIVISTA DI STUDI GEOPOLITICI
Anno II - Numero 3
Ottobre-dicembre 2005
Il Mediterraneo ha costituito per secoli il centro geopolitico dei conflitti tra le potenze europee; ma anche oggi, nellepoca in cui lo scontro geopolitico avviene su uno scenario continentale (eurasiatico), larea mediterranea rimane il luogo di una possibile frattura tra Nord e Sud, la zona che un occupante straniero deve necessariamente controllare. Ecco perché il tema del Mediterraneo, al quale è in gran parte dedicato questo numero di Eurasia, rappresenta una scelta veramente opportuna.
Il Mar Mediterraneo è uno spazio sacro per diverse tradizioni, culture e popoli; anche se questo aspetto non occupa un posto rilevante nelle considerazioni dei geopolitici, il contributo di Claudio Mutti (Delenda Carthago) sulla storia e sulla fine di Cartagine getta luce su tale questione, quanto meno in maniera indiretta, allorché egli considera la contrapposizione tra il materialismo cartaginese e la cultura greco-romana e prende in considerazione sotto langolatura storica il conflitto tra una potenza essenzialmente di terra (Roma) e un imperialismo talassocratico (Cartagine).
A questo punto va menzionato il breve articolo di Anna Maria Turi su Malta, poiché questo piccolo Stato si trova allincirca tra la costa dellantica Cartagine e la penisola italica. Malta, che può esser detta lunico Stato arabo membro dellUnione Europea, merita unattenzione speciale per via della sua storia lunga e movimentata, nella quale si sono concentrati quasi tutti i fattori delle vicende mediterranee.
Il Mar Nero può esser visto come una estensione del Mediterraneo. Il Mar Nero è stato oggetto di lunga contesa tra gli eredi dellimpero bizantino ed oggi, dopo il dissolvimento dellURSS, è uno dei luoghi in cui è più aggressiva la penetrazione occidentale nel cuore del continente eurasiatico. Di ciò si occupa Daniele Scalea nel breve ma incisivo studio su La guerra degli oleodotti intorno al Mar Nero. Stefano Rimini, a sua volta, tratta dellimportanza rivestita dalla Crimea (Crimea: analisi storica e questioni attuali), la penisola del Mar Nero che è teatro di conflitti di nazionalità pressoché ignorati.
Carlo Terracciano, recentemente scomparso e commemorato in un necrologio per la sua vita consacrata allideale della liberazione europea ed eurasiatica, stabilisce una interessante analogia tra il nostro Mediterraneo e altre due regioni del globo: il Mar dei Caraibi e il Mar Cinese Meridionale (I Mediterranei del mondo). Ciascuno di questi tre mari regionali non solo è circondato dalla terraferma o da grandi isole (è il caso del Mar Cinese Meridionale), ma ha anche, al centro, unisola che è la chiave strategica per il dominio di tutta larea. Sono la Sicilia, Cuba e Formosa (Taiwan). La conquista della Sicilia da parte degli USA è il tema di un accurato studio di Alessandro Lattanzio (La Sicilia tra il luglio 1943 e il dicembre 1945), pubblicato anchesso in questo numero di Eurasia. Quanto a Cuba, la presenza degli Statunitensi sul territorio dellisola socialista è tristemente famosa per via del campo di concentramento per Musulmani situato nella baia di Guantanamo, mentre Taiwan costituisce la postazione americana contro quello che si profila come il nemico principale degli USA: la Cina. I tre punti nevralgici dei tre Mediterranei del mondo sono dunque tutti quanti sotto il controllo della potenza mondiale egemone.
Alberto B. Mariantoni (Dal Mare Nostrum al Gallinarium Americanum. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente) illustra levoluzione del Mare Nostrum in un retroterra americano, presentando un elenco completo delle basi statunitensi (basi militari e spionistiche) nella regione mediterranea, fino al Vicino Oriente. Alla presenza militare statunitense in unaltra regione dellEurasia è invece dedicato linteressante articolo di Fabrizio Vielmini, La presenza militare USA in Asia centrale.
La strategia di questa conquista del grande spazio europeo ed eurasiatico attraverso il canale mediterraneo è analizzata da Antonio Venier (La geostrategia statunitense nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente), il quale conclude che le operazioni della grande strategia americana sono state fino ad oggi sostanzialmente coronate dal successo, con il solo ostacolo della tenace resistenza irachena.
Una parte di questa strategia americana coinvolge la nuova Algeria, che, invece di percorrere la via democratica verso linstaurazione di uno Stato islamico (cammino iniziato con le elezioni del 1991), è stata trascinata in una sanguinosa guerra civile, finché è riemersa come stabile base operativa per la penetrazione americana nei territori nordafricani, grazie allinstallazione di una base di telecomunicazioni per la cosiddetta guerra al terrore. Questa sequela di fatti si trova nellarticolo di Filippo Pederzini La nuova Algeria. Lombra statunitense sulle coste del Mediterraneo sud-occidentale.
Un esempio di resistenza araba contro il dominio imperialista è rievocato da Spartaco Alfredo Puttini (Limmagine della Sfinge: lEgitto di Nasser e lopinione pubblica italiana). Lautore esamina le reazioni dellopinione pubblica italiana nei momenti alle notizie provenienti dallEgitto nasseriano, nella prospettiva di unalleanza euro-araba per lintegrazione euromediterranea.
Chi si avvantaggia dellattuale situazione di egemonia occidentale sul Mediterraneo sono le varie specie di mafiosi che esercitano il traffico di stupefacenti dallAsia alla Turchia ai Balcani, o controllano il mercato degli schiavi tra la mafia russa e lentità sionista. Alcuni particolari aspetti di questa realtà sono trattati da Adriano Scianca, che in Narcotraffico e Mediterraneo si concentra sul traffico di droga indicandone gli operatori unicamente in Albanesi e Cecena.
Silvia Zugno descrive, con interessanti particolari, un festival tenuto a Tirana nel giugno 2005, al quale hanno partecipato vari gruppi dediti alla diffusione della democrazia (ossia alla sostituzione della sovranità nazionale con la subordinazione alla strategia mondialista e ai valori culturali americani). Lautrice si addentra nella strategia retrostante, che si trova esplicitamente descritta in testi strategici statunitensi come ad esempio Restoring the American leadership: 13 cooperative steps. Tuttavia cè un aspetto che non viene menzionato: la strategia americana deve il suo successo non soltanto alle irrealistiche aspettative di libertà e prosperità, che vengono sfruttate dagli organizzatori delle rivoluzioni colorate, ma anche alle ingiustizie storiche commesse dalle stesse potenze eurasiatiche (Mosca, Pechino e altre). La strategia eurasiatista deve tener presente questo fatto, se vuole avere successo.
Costanzo Preve, filosofo di formazione marxista diventato un collaboratore costante di questa rivista, pone una serie di questioni veramente opportune. Sul rapporto tra lEuropa e il suo Mediterraneo (LEuropa e larea euro-mediterranea) egli sembra chiedere: quale Europa? Sappiamo di che cosa stiamo parlando? Esiste unEuropa cristiana? Esiste unEuropa carolingia? UnEuropa illuminista? UnEuropa borghese? Per Preve il punto focale, a parte tali questioni, è la trasformazione dellEuropa negli anni decisivi 1989-1991, un periodo in cui le concezioni ristrette sullEuropa sono diventate anacronistiche, mentre la riunificazione dellEuropa è stata un successo strategico per gli USA e la strategia euro-atlantista. In generale, lallargamento dellEuropa non può essere visto in termini di positivo-negativo, ma nella prospettiva di una crisi, anche di natura antropologica. Lostacolo principale alla costituzione di una unità euro-mediterranea è, naturalmente, la demonizzazione dellIslam: non solo la demonizzazione in chiave estremista rappresentata dallodio fallaciano, ma anche quella che si articola intorno al concetto della arretratezza dellIslam. (Per quanto concerne lo scontro di civiltà col mondo islamico, si veda anche lintervista rilasciata da Enrico Galoppini: Mondo islamico e disinformazione: la dimensione mediatica dello scontro di civiltà). Preve si aspetta una inevitabile secolarizzazione delle società musulmane, come effetto del progresso scientifico. Evidentemente egli non prende in considerazione la funzione ciclica dellIslam né la speciale relazione esistente in Islam tra la conoscenza e il sacro, grazie alla quale la cultura islamica è alle origini della scienza moderna, anche se nella tradizione islamica il posto della scienza non è al centro, ma nella struttura della tradizione stessa. Questo equilibrio non ha potuto essere trasmesso allEuropa cristiana, sicché questultima ha conosciuto uno sviluppo tecnico unilaterale inteso come fine in sé o come mezzo per il profitto capitalistico. Perciò possiamo dire che lIslam non solo non sarà secolarizzato dalla tecnica, ma che anzi esso e soltanto esso dispone dei mezzi idonei per distruggere la pseudoreligione idolatria del capitalismo, le cui radici, in questo numero di Eurasia, vengono fatte risalire allepoca biblica (cfr. Marek Glogoczowski, Genesi biblica della rivoluzione iperborghese).
Preve ha recentemente trattato la questione delle prospettive geopolitiche europee nel suo libro Filosofia e geopolitica, pubblicato dalle Edizioni allinsegna del Veltro (la stessa casa editrice che pubblica Eurasia) e recensito in questo numero della rivista da Daniele Scalea.
In un suo altro contributo presente in questo numero (I referendum sulla costituzione europea) Costanzo Preve fornisce una panoramica della globalizzazione e dellopposizione che essa incontra. Per lui la costituzione bocciata da Francesi e Olandesi è un passo verso unEuropa neoliberale, parte del blocco occidentale egemonizzato dagli USA, e quindi egli loda la bocciatura di tale costituzione. A questo intervento ne segue uno di Claudio Mutti (Il bambino e lacqua sporca), che concorda con la critica di Preve alla orribile Europa dei burocrati neoliberali, ma mette in guardia contro la demolizione degli strumenti europei per la costruzione di unEuropa integrata e quindi un possibile impero europeo indipendente da Washington. Un grave pericolo, secondo Mutti, è dato dalla regressione allEuropa delle piccole patrie, lEuropa dalle cento bandiere, ossia un mosaico di staterelli che non potrebbe costituire un contrappeso rispetto alla superpotenza americana e che è caldeggiato dai movimenti populistici e di estrema destra (sempre islamofobi e xenofobi secondo diverse graduatorie). Aggiungiamo da parte nostra che tali movimenti, in crescita in alcuni paesi europei, possono rappresentare una seconda pista per Washington e Tel Aviv, se i burocrati neoliberali non riescono a realizzare il programma globalista.
Questo argomento viene trattato da Claudio Mutti anche in una recensione critica del libro di Federico Prati e Silvano Lorenzoni Scritti etnonazionalisti. Per unEuropa delle Piccole Patrie, libro che presenta una prospettiva diametralmente opposta a quella di ogni idea imperiale, e delleurasiatismo in particolare. Dei due autori di questo libro, il secondo ci è noto per avere scritto no studio illuminante su Chronos. Saggio sulla metafisica del tempo e un interessante - ma in parte stupido studio sulla degenerazione delle razze umane intitolato Involuzione. Il selvaggio come decaduto. Stranamente, Lorenzoni non sembra accorgersi che il micronazionalismo da lui proposto costituisce proprio una via per giungere alla degenerazione delle culture, alla pigmeizzazione, per usare un suo termine. Ma quello che Claudio Mutti mette in luce è un altro aspetto di questa idea di un piccolo Stato per ogni piccolo gruppo etnico: la sua compatibilità per non dire di più coi progetti americano-sionisti di frammentazione di tutte le possibili realtà rivali, come è dimostrato dai casi del Cossovo e del Curdistan. Una analoga posizione etnonazionalista volkisch neologismo tre volte ridondante, come osserva Mutti è rappresentata da Guillaume Faye, il quale è uno dei principali agents dinfluence che operano per trasformare la destra europea, vecchia o nuova, in un senso favorevole ai progetti atlantismi.
Martin A. Schwarz
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