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Mon Oct 24 15:04:45 PDT 2005


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Editato da layla
 QUALE MOVIMENTO?
DEMORRATTIZZIAMOCI!

I passati cicli di lotta studentesca, oltre a cercare forti momenti di unita’ d’azione con il movimento operaio
( ‘68/’69 ), erano  caratterizzati dall’avversione totale all’istituzione della cultura di classe, vista come strumento di riproduzione dell’ideologia dominante oltre che come gabbia di piu’ generale repressione sociale.
Dal formidabile decenio degli anni ’70, al movimento dei medi dell’’85 fino alla “pantera” del ’90, l’attegiamento studentesco tendeva ad intravvedere nella scuola gli elementi caratterizzanti la societa’ che la circondava, quella borghese, con i suoi ritmi, gerarchie, controlli da perpetuare; da qui, l’indicazione di fondo che accomunava tutti quei movimenti studenteschi era l’opposizione a qualsiasi riforma funzionale alla perpetuazione di quella istituzione, fino al rifiuto ( anche fisico ) della frequenza, al blocco totale della didattica, alla lotta contro i maestri, professori, rettori in quanto guardiani della “scuola-galera”.
Questo rifiuto della scuola di classe faceva il paio con il rifiuto del lavoro salariato praticato da vasti strati di avanguardie operaie; nella scuola come nella societa’ che la produceva forti erano le spinte alla prefigurazione di un mondo diverso, che sapesse fare a meno delle catene del lavoro e della scuola dei padroni, che rendesse superfluo lo sfruttamento cosi’ come l’istruzione parcellizzata, che condensasse in un altro modo di vivere la necessaria evoluzione umana verso la conoscenza critica e la libera attivita’ volontaria. 
A quei tempi, le occupazioni erano vere ed autodifese cosi’ come lo erano i cortei; a quei tempi i signori della politica delegata venivano accolti come “sceeeemiii!!!”, mentre il dalai-Lama con i suoi carriarmati sindacali venuti per sgombrare l’universita’ occupata venivano sgombrati dagli studenti.
Questo erano, con questi contenuti e con queste forme si sono sempre espressi i movimenti studenteschi nei passati 40 anni.
Negli ultimi anni, invece, sembra aver preso il sopravvento un atteggiamento francamente ripetitivo e, per certi versi, modaiolo quando non direttamente inquinato da impulsi elettoralistici; come chiamare le “educate” occupazioni a scadenza annuale, o i “collettivi” che nascono e muoiono nello spazio di una stagione elettorale, o gli auspici ad una presunta unita’ “di lotta” con i professori ( magari ricercatori piu’ o meno precari….), o l’applaudito annuncio di possibili dimissioni per  qualche rettore antiberlusconiano? 
Oggi, l’annunciato passaggio della seconda tranche della riforma Moratti altro non e’ che la degna prosecuzione dell’opera di Zecchino e Berlinguer; una ristrutturazione complessiva dei cicli scolastici figlia piu’ che della “cattiveria” di qualche ministro piu’ o meno reazionario delle imposizioni e dei vincoli Europei, delle mutate condizioni del mercato del lavoro e dei necessari adeguamenti a queste da parte dell’istituzione scuola.
Una via obbligata, dunque, per la scuola borghese, stretta tra il suo tendenziale superamento come unico strumento di conoscenza e le necessita’ di mutazione  in ossequio alle dinamiche della competizione multipolare; una via obbligata, che utilizza privatizzazioni ed aziendalizzazioni per accelerare un processo imposto dalle velocizzazioni mondiali anche nella filiera scuola-universita’-ricerca. 
Una riforma dei cicli, delle carriere ( addio concorsi locali e ricercatori a tempo indeterminato ), dei finanziamenti ( discrezionalita’ nell’erogazione di soldi non piu’ in base al numero di iscritti ma come premio alla meritocrazia ).
La scuola e l’universita’, lungi dall’essere abbattute come desideravamo in tanti nel secolo passato, sta cambiando per sopravvivere ed attrezzarsi al nuovo secolo del lavoro intermittente e della vita precaria.
A poco, in questo contesto, servono le omelie sulla difesa della scuola pubblica (…. ma le lotte dei decenni passati non erano contro la scuola pubblica dei padroni? ) o, peggio, il tifo elettorale per un qualche ministro progressista (…. ma il prode Berlinguer non era mica un progressista? ).

Il movimento che si esprime in questi giorni contro il decreto Moratti e’ attraversato dalla dinamica della pestilenza elettorale ma contiene in se’, nella profonda opera di memoria e riflessione di gruppi di studenti proletari-futuri precari, gli elementi per una ripresa conflittuale reale, che punti all’unita’ materiale con i soggetti sociali gia’ triturati dal precariato e dall’insicurezza capitalistica.
Ancora una volta, non vogliamo raccogliere nessuna bandiera della borghesia, ne’ mantenere in funzione, salvare, migliorare o partecipare ad alcuna istituzione del controllo sociale e culturale.
Ancora una volta, per noi, la scuola, privata o pubblica, rimane borghese.


PROFESSORI, RETTORI, POLITICANTI,
LA PANTERA NON E’ MORTA!


Coordinamento per l’autonomia di classe

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 QUALE MOVIMENTO?
DEMORRATTIZZIAMOCI!

I passati cicli di lotta studentesca, oltre a cercare forti momenti di unita’ d’azione con il movimento operaio
( ‘68/’69 ), erano  caratterizzati dall’avversione totale all’istituzione della cultura di classe, vista come strumento di riproduzione dell’ideologia dominante oltre che come gabbia di piu’ generale repressione sociale.
Dal formidabile decenio degli anni ’70, al movimento dei medi dell’’85 fino alla “pantera” del ’90, l’attegiamento studentesco tendeva ad intravvedere nella scuola gli elementi caratterizzanti la societa’ che la circondava, quella borghese, con i suoi ritmi, gerarchie, controlli da perpetuare; da qui, l’indicazione di fondo che accomunava tutti quei movimenti studenteschi era l’opposizione a qualsiasi riforma funzionale alla perpetuazione di quella istituzione, fino al rifiuto ( anche fisico ) della frequenza, al blocco totale della didattica, alla lotta contro i maestri, professori, rettori in quanto guardiani della “scuola-galera”.
Questo rifiuto della scuola di classe faceva il paio con il rifiuto del lavoro salariato praticato da vasti strati di avanguardie operaie; nella scuola come nella societa’ che la produceva forti erano le spinte alla prefigurazione di un mondo diverso, che sapesse fare a meno delle catene del lavoro e della scuola dei padroni, che rendesse superfluo lo sfruttamento cosi’ come l’istruzione parcellizzata, che condensasse in un altro modo di vivere la necessaria evoluzione umana verso la conoscenza critica e la libera attivita’ volontaria. 
A quei tempi, le occupazioni erano vere ed autodifese cosi’ come lo erano i cortei; a quei tempi i signori della politica delegata venivano accolti come “sceeeemiii!!!”, mentre il dalai-Lama con i suoi carriarmati sindacali venuti per sgombrare l’universita’ occupata venivano sgombrati dagli studenti.
Questo erano, con questi contenuti e con queste forme si sono sempre espressi i movimenti studenteschi nei passati 40 anni.
Negli ultimi anni, invece, sembra aver preso il sopravvento un atteggiamento francamente ripetitivo e, per certi versi, modaiolo quando non direttamente inquinato da impulsi elettoralistici; come chiamare le “educate” occupazioni a scadenza annuale, o i “collettivi” che nascono e muoiono nello spazio di una stagione elettorale, o gli auspici ad una presunta unita’ “di lotta” con i professori ( magari ricercatori piu’ o meno precari….), o l’applaudito annuncio di possibili dimissioni per  qualche rettore antiberlusconiano? 
Oggi, l’annunciato passaggio della seconda tranche della riforma Moratti altro non e’ che la degna prosecuzione dell’opera di Zecchino e Berlinguer; una ristrutturazione complessiva dei cicli scolastici figlia piu’ che della “cattiveria” di qualche ministro piu’ o meno reazionario delle imposizioni e dei vincoli Europei, delle mutate condizioni del mercato del lavoro e dei necessari adeguamenti a queste da parte dell’istituzione scuola.
Una via obbligata, dunque, per la scuola borghese, stretta tra il suo tendenziale superamento come unico strumento di conoscenza e le necessita’ di mutazione  in ossequio alle dinamiche della competizione multipolare; una via obbligata, che utilizza privatizzazioni ed aziendalizzazioni per accelerare un processo imposto dalle velocizzazioni mondiali anche nella filiera scuola-universita’-ricerca. 
Una riforma dei cicli, delle carriere ( addio concorsi locali e ricercatori a tempo indeterminato ), dei finanziamenti ( discrezionalita’ nell’erogazione di soldi non piu’ in base al numero di iscritti ma come premio alla meritocrazia ).
La scuola e l’universita’, lungi dall’essere abbattute come desideravamo in tanti nel secolo passato, sta cambiando per sopravvivere ed attrezzarsi al nuovo secolo del lavoro intermittente e della vita precaria.
A poco, in questo contesto, servono le omelie sulla difesa della scuola pubblica (…. ma le lotte dei decenni passati non erano contro la scuola pubblica dei padroni? ) o, peggio, il tifo elettorale per un qualche ministro progressista (…. ma il prode Berlinguer non era mica un progressista? ).

Il movimento che si esprime in questi giorni contro il decreto Moratti e’ attraversato dalla dinamica della pestilenza elettorale ma contiene in se’, nella profonda opera di memoria e riflessione di gruppi di studenti proletari-futuri precari, gli elementi per una ripresa conflittuale reale, che punti all’unita’ materiale con i soggetti sociali gia’ triturati dal precariato e dall’insicurezza capitalistica.
Ancora una volta, non vogliamo raccogliere nessuna bandiera della borghesia, ne’ mantenere in funzione, salvare, migliorare o partecipare ad alcuna istituzione del controllo sociale e culturale.
Ancora una volta, per noi, la scuola, privata o pubblica, rimane borghese.


PROFESSORI, RETTORI, POLITICANTI,
LA PANTERA NON E’ MORTA!


Coordinamento per l’autonomia di classe


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