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Mon Sep 18 12:35:34 PDT 2006
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Editato da O
Adesso bisogna pregare per il Papa.
Pregare molto.
Perché ha creato lo scenario per la propria uccisione.
Schematicamente, eccolo: prima, a Ratisbona, «offende lIslam», come hanno scritto esultanti tutti i media; poi, ad ottobre, va in visita in Turchia.
Qui, qualunque mano può fare fuoco contro di lui, e sarà inutile cercare di distinguere allora fra «esecutori» e «mandanti» occulti, fra fanatici roventi e freddi ragionatori del male.
Si aprirà la fase nuova, più feroce e frenetica, della guerra di civiltà.
Sarà luomo in bianco che cade e non si rialza, visto dai veggenti di Fatima?
Sarà il martire che consentirà di suonare la chiamata generale alla crociata neocon?
E il fatto straziante è che questo Papa si è messo in questa trappola della storia per un difetto fatalmente, altamente tedesco: unelevata, professorale, cultura unita alla più ingenua ottusità politica.
La «impolitica» di cui si vantava Thomas Mann, lultimo grande germanico che trasformò, germanicamente, la pedanteria in genio.
Ho letto il suo discorso di Ratisbona ed ho scoperto, con sorpresa, che esso è una polemica dottissima contro i protestanti, non in primo luogo contro i musulmani.
E una difesa altissima, e a cui ogni cattolico tradizionale non può che aderire, dell«ellenismo» nel messaggio cristiano.
E un discorso contro i tanti che, anche nella Chiesa (neo)cattolica - penso a Martini ad esempio - vogliono separare «Atene» da «Gerusalemme», con la scusa di recuperare il «semplice e integrale messaggio di Cristo», che sarebbe solo «ebreo», e la cui grecità sarebbe unaggiunta culturale posteriore, e accidentale.
A costoro il Papa dice testualmente: «Lincontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non è un semplice caso».
«Il patrimonio greco è una parte integrante della fede cristiana».
Cè «una necessità intrinseca di avvicinamento tra la fede biblica e linterrogarsi greco».
Dice anche: la pretesa luterana di «sola Scriptura» fu linizio della «dis-ellenizzazione», la ricerca «della forma primordiale della fede come è presente originariamente nella parola biblica».
Ma questa dis-ellenizzazione rende Dio un fatto irrazionale, inindagabile.
«Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro e impenetrabile».
La fede disellenizzata diventa fondamentalismo, rifiuto della cultura-incontro che «ha creato lEuropa e rimane il fondamento di ciò che si può chiamare Europa».
Ha detto che il cristianesimo non può inculturarsi in culture non-greche; che non è possibile fabbricare un cattolicesimo su basi indù o taoiste.
Per essere cattolici, si deve essere «greci».
Atene non è in contrasto con Gerusalemme, è ciò che rende ragionevole la nostra fede: anche ai cinesi, la possiamo spiegare (rendere ragione della fede) solo sulle basi greche.
La Bibbia greca «dei Settanta», dice il Papa, «è più di una semplice traduzione del testo ebraico»; è linnesto storico della Rivelazione nella cultura greca, «del pensiero ellenistico fuso con la fede» che è «lintima natura della fede cristiana», le nozze indissolubili tra «fede e ragione».
E qui il Papa avrebbe potuto dire di più.
Ricordare come lebraismo, dopo Cristo e a causa del successo cristiano, ha abbandonato la Bibbia greca (che «troppo» dava ragione a Gesù) per i «testi masoretici», i presunti autentici originali del giudaismo, che provocano orgasmi di voluttà a tanti teologi cattolici.
Avrebbe potuto dire che la bibbia masoretica è «posteriore» e non «più antica» del cristianesimo; che lebraismo come oggi si presenta è nato «dopo Cristo», non ne è il padre, ma il fratello minore.
Poteva ricordare che anche nellebraismo moderno è stato rifiutato esplicitamente lellenismo («alessandrino», di Filone lEbreo) per «la scuola abramica», il ritorno alle «origini» presunte di una fede irrazionale, cieca, volontaristica, non filtrata da una cultura ritenuta estranea: e il più influente rappresentante della scuola abramica (sola Scriptura alla giudea) fu rabbi Avraham Kook, primo rabbino-capo dIsraele negli anni 30 e padre spirituale di tutti i fondamentalismi ebraici oggi più virulenti, di tutti gli esclusivismi razzisti.
Insomma, quello di Ratzinger è stato un discorso tutto interno al mondo cristiano, e cristiano doccidente: luterano, cattolico e neo-cattolico giudaizzante.
E a tutti costoro che il Papa ha citato la frase di Manuele Paelologo, imperatore bizantino, sullIslam: per ricordare ai Martini e ai luterani e ai variegati giudaizzanti «cristiani» che la strada in cui si sono messi li porta allintegralismo islamico, al «sola fide», allidea che Dio «non sarebbe legato neanche alla sua stessa parola»; e al suicidio della cultura europea.
Tutto bello e giusto.
Ma lo ha fatto - da impolitico tedesco allennesima potenza - senza alcuna sensibilità del contesto storico-politico in corso.
I musulmani si percepiscono sotto attacco dallOccidente, e con qualche «ragione» logica (da logos, ricorda Ratzinger): due Paesi musulmani sono sotto unoccupazione militare sterminatrice da cinque anni, un altro (Libano) è stato devastato fino alla radice ed ora è occupato da truppe «infedeli», Iran e Siria sono minacciati di aggressione bellica, anche nucleare.
LIraq conta centinaia di migliaia di morti, lAfghanistan è in fiamme e massacrato, il Libano pieno di bombe a grappolo inesplose che ammazzeranno i bambini per mesi ed anni, a Gaza i palestinesi muoiono di fame nel loro lager autogestito.
Ed a questi - a gente che si sente attaccata per la propria fede, per la propria identità - Ratzinger va a ripetere la frase di Manuele II, anno 1341: «Mostrami pure ciò che Maometto ha detto di nuovo e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede».
E nemmeno lo diceva ai musulmani: lo diceva ai «suoi» luterani tedeschi.
A loro, ai giudaizzanti, ha inteso le parole di Manuele Paleologo: «La fede è frutto dellanima [cultura] e non del corpo [bibbia]. Chi quindi vuol condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di ragionare correttamente, non della violenza e della minaccia»... frase che avrebbe potuto rivolgere, esplicitamente, ai «cristiani rinati» americani che tifano per lArmageddon, ed esultano dellavvicinarsi dellApocalisse, convinti di assoggettare i musulmani con la pura violenza.
Tanta cultura.
E tanta cecità politica da non capire che i giornalisti, che del suo discorso complesso e coltissimo non capiranno nulla, avrebbero colto solo quella specifica frase, in funzione «guerra di civiltà».
E insensibile, ingenuamente, allaspetto profondamente offensivo che quella frase risuona per i musulmani.
Anzitutto, offensivo che un non-islamico citi il Corano (il loro Verbo, il loro Logos, Dio sotto forma di parola) mettendone in rilievo le contraddizioni, e relativizzandole storicisticamente: da «nessuna costrizione in fatto di religione» (detto «Quando Maometto era ancora senza potere e minacciato») fino allasserzione contraria quando era «potente».
E poi «cose solo cattive»: ciò non può essere inteso che come una bestemmia da qualunque islamico.
Peggio ancora delle vignette blasfeme danesi.
E senza rendersene conto.
Dopo di che, andrà in Turchia. A che fare, se non a farsi ammazzare da chiunque voglia un nuovo 11 settembre, per continuare la guerra globale e attaccare, mettiamo, lIran?
In un attentato islamico vero o false flag?
Sorvolo su altre cose: come dire che «Dio non si compiace del sangue», quando sè compiaciuto del sangue di Suo Figlio, e noi beviamo il Suo sangue, e san Paolo dice ai cristiani tiepidil «non avete ancora sofferto fino al sangue»: la nostra è una religione del sangue: sangue di vittime, non di guerrieri, ma sangue sempre sparso; lamore di Dio è sanguinoso, mai pacifista...
Ma non è questo il peggio.
Il peggio è la cecità politica.
E la tragica ragione di questa cecità: tra «Atene» e «Gerusalemme», che ha voluto riunire contro i separatori, il Papa ha dimenticato «Roma».
La cita, Roma.
Ma in un caratteristico inciso, come en passant: lincontro [tra Atene e Gerusalemme] «al quale si aggiunge successivamente il patrimonio di Roma, ha creato lEuropa».
«Successivamente»? ma Roma è «presente» quando Cristo nasce!
Cristo opera nella luce e nella pace di Roma!
E solo in Roma, nel suo imperium amico dellumanità, che può avvenire lincontro tra Gerusalemme ed Atene, come ben capì san Paolo, ebreo geniale e cittadino romano!
Roma non è un accessorio, un incidente storico: è il quadro immanente e necessario in cui la novità cattolica può avvenire.
O, come riconobbero infiniti padri della Chiesa, la pace di Cesare, lunificazione del mondo sotto Roma, fu «provvidenziale», voluto da Dio.
Roma è la forza unita al diritto e mai senza di esso.
Roma è la potenza che si riconosce «secondaria» rispetto ad Atene: poteva far cominciare il mondo da sé, e invece accetta che nella sua storia ci siano «altri» da cui imparare come un allievo: Socrate, Platone, Aristotele.
Roma è, soprattutto, la Politica nel senso più alto: le armi a difesa della vita umana, perchè la società possa fiorire nella pace anziché scontrarsi per le «verità» di ogni gruppo od etnia.
Roma non è razziale: è lo spazio che libera ogni uomo dai suoi legami di sangue e di tribù.
Sagace nel non provocare i soggetti, sagace nellassociarsi tutti i diversi, nel farli partecipare al suo progetto, farseli «cittadini di Roma»...
Ma a che parlare più?
Anche questo errore di Ratzinger, il santuomo professorale, è intensamente «tedesco».
Un tedesco, anche cattolico, non riuscirà mai facilmente, e senza sofferenza a capire Roma.
A farsi profondamente, intimamente, senza residui «romano».
Lutero e Wagner, Nietzsche (il «greco» professore) e Hitler furono anti-romani radicalmente: è questa la loro radice comune e rovinosa.
Del resto, si è tedeschi per jus sanguinis; e Roma è il superamento di ogni «diritto del sangue».
Per questo, in Ratzinger (come in Thomas Mann, ma anche come in Nietzsche e in Hitler) la impoliticità è radicale e «naturale».
A sua e nostra tragedia.
Preghiamo per il Papa che va (a che fare?) in Turchia.
Speriamo non sia lui luomo biancovestito che cade e non più si rialza, visto a Fatima.
Se accadrà, diremo «sia fatta la volontà di Dio», che ci vuole provare col fuoco di una guerra spaventosa, e fino a ieri evitabile.
Post scriptum: Mentre scrivevo questo articolo, un amico mi segnala la seguente notizia apparsa su Il Giornale.
Come si vede, lo scenario è già stato preparato, ben prima degli «insulti allIslam».
«Un best seller turco mette in scena lomicidio di Ratzinger», di Marta Ottavini.
«Il Papa che viene assassinato durante la sua visita a Istanbul. Un giornalista che si trasforma in omicida. Un intrigo internazionale che comprende Opus Dei, P2 e servizi segreti turchi. Sono gli ingredienti del romanzo Papa? ya suikast (Attentato al Papa, ndr)».
Sottotitolo: «Chi ucciderà Benedetto XVI ad Istanbul?».
Il libro, di Yücel Kaya, semisconosciuto autore di gialli, è uscito in Turchia da appena 10 giorni e sta già scalando la classifica dei titoli più venduti su internet.
In poco più di trecento pagine lo scrittore racconta le manovre e gli intrighi che si celano dietro lassassinio del Pontefice durante la sua prima visita pastorale in Turchia.
Una trama inquietante, se si pensa che, nella vita reale, levento avverrà fra poco più di due mesi, dal 28 novembre al primo dicembre prossimi.
E che nel Paese della Mezzaluna, negli ultimi sei mesi, sono stati aggrediti tre preti, primo fra tutti don Andrea Santoro, ucciso per mano di un giovane fanatico lo scorso 5 febbraio a Trebisonda. Qualcuno, dopo aver letto il romanzo di Kaya, potrebbe mettersi strane idee in testa.
Al centro della trama cè il giornalista Oriano Ciroella, legato all Opus Dei, che si trasformerà nel killer di Benedetto XVI.
Alle sue spalle un oscuro cardinale, membro dellOpus Dei e della P2, che vuole uccidere il Pontefice per prendere il suo posto.
Dallaltra parte, invece, opera il MIT, il servizio segreto turco, storicamente legato agli ambienti della destra islamica, che vede nella visita del Papa in Turchia una pericolosa opportunità per lunione delle chiese cattolica ed ortodossa.
Prudente la reazione della Chiesa cattolica in Turchia.
«Dobbiamo collocare questo episodio per quello che rappresenta - ha detto il Nunzio Apostolico Antonio Lucibello -. Si tratta di finzione letteraria e come tale dobbiamo prenderla. Ci manteniamo prudenti e fiduciosi. Il governo turco si sta adoperando perché la visita del Papa venga organizzata nei minimi particolari».
Maurizio Blondet
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Adesso bisogna pregare per il Papa.
Pregare molto.
Perché ha creato lo scenario per la propria uccisione.
Schematicamente, eccolo: prima, a Ratisbona, «offende lIslam», come hanno scritto esultanti tutti i media; poi, ad ottobre, va in visita in Turchia.
Qui, qualunque mano può fare fuoco contro di lui, e sarà inutile cercare di distinguere allora fra «esecutori» e «mandanti» occulti, fra fanatici roventi e freddi ragionatori del male.
Si aprirà la fase nuova, più feroce e frenetica, della guerra di civiltà.
Sarà luomo in bianco che cade e non si rialza, visto dai veggenti di Fatima?
Sarà il martire che consentirà di suonare la chiamata generale alla crociata neocon?
E il fatto straziante è che questo Papa si è messo in questa trappola della storia per un difetto fatalmente, altamente tedesco: unelevata, professorale, cultura unita alla più ingenua ottusità politica.
La «impolitica» di cui si vantava Thomas Mann, lultimo grande germanico che trasformò, germanicamente, la pedanteria in genio.
Ho letto il suo discorso di Ratisbona ed ho scoperto, con sorpresa, che esso è una polemica dottissima contro i protestanti, non in primo luogo contro i musulmani.
E una difesa altissima, e a cui ogni cattolico tradizionale non può che aderire, dell«ellenismo» nel messaggio cristiano.
E un discorso contro i tanti che, anche nella Chiesa (neo)cattolica - penso a Martini ad esempio - vogliono separare «Atene» da «Gerusalemme», con la scusa di recuperare il «semplice e integrale messaggio di Cristo», che sarebbe solo «ebreo», e la cui grecità sarebbe unaggiunta culturale posteriore, e accidentale.
A costoro il Papa dice testualmente: «Lincontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non è un semplice caso».
«Il patrimonio greco è una parte integrante della fede cristiana».
Cè «una necessità intrinseca di avvicinamento tra la fede biblica e linterrogarsi greco».
Dice anche: la pretesa luterana di «sola Scriptura» fu linizio della «dis-ellenizzazione», la ricerca «della forma primordiale della fede come è presente originariamente nella parola biblica».
Ma questa dis-ellenizzazione rende Dio un fatto irrazionale, inindagabile.
«Dio non diventa più divino per il fatto che lo spingiamo lontano da noi in un volontarismo puro e impenetrabile».
La fede disellenizzata diventa fondamentalismo, rifiuto della cultura-incontro che «ha creato lEuropa e rimane il fondamento di ciò che si può chiamare Europa».
Ha detto che il cristianesimo non può inculturarsi in culture non-greche; che non è possibile fabbricare un cattolicesimo su basi indù o taoiste.
Per essere cattolici, si deve essere «greci».
Atene non è in contrasto con Gerusalemme, è ciò che rende ragionevole la nostra fede: anche ai cinesi, la possiamo spiegare (rendere ragione della fede) solo sulle basi greche.
La Bibbia greca «dei Settanta», dice il Papa, «è più di una semplice traduzione del testo ebraico»; è linnesto storico della Rivelazione nella cultura greca, «del pensiero ellenistico fuso con la fede» che è «lintima natura della fede cristiana», le nozze indissolubili tra «fede e ragione».
E qui il Papa avrebbe potuto dire di più.
Ricordare come lebraismo, dopo Cristo e a causa del successo cristiano, ha abbandonato la Bibbia greca (che «troppo» dava ragione a Gesù) per i «testi masoretici», i presunti autentici originali del giudaismo, che provocano orgasmi di voluttà a tanti teologi cattolici.
Avrebbe potuto dire che la bibbia masoretica è «posteriore» e non «più antica» del cristianesimo; che lebraismo come oggi si presenta è nato «dopo Cristo», non ne è il padre, ma il fratello minore.
Poteva ricordare che anche nellebraismo moderno è stato rifiutato esplicitamente lellenismo («alessandrino», di Filone lEbreo) per «la scuola abramica», il ritorno alle «origini» presunte di una fede irrazionale, cieca, volontaristica, non filtrata da una cultura ritenuta estranea: e il più influente rappresentante della scuola abramica (sola Scriptura alla giudea) fu rabbi Avraham Kook, primo rabbino-capo dIsraele negli anni 30 e padre spirituale di tutti i fondamentalismi ebraici oggi più virulenti, di tutti gli esclusivismi razzisti.
Insomma, quello di Ratzinger è stato un discorso tutto interno al mondo cristiano, e cristiano doccidente: luterano, cattolico e neo-cattolico giudaizzante.
E a tutti costoro che il Papa ha citato la frase di Manuele Paelologo, imperatore bizantino, sullIslam: per ricordare ai Martini e ai luterani e ai variegati giudaizzanti «cristiani» che la strada in cui si sono messi li porta allintegralismo islamico, al «sola fide», allidea che Dio «non sarebbe legato neanche alla sua stessa parola»; e al suicidio della cultura europea.
Tutto bello e giusto.
Ma lo ha fatto - da impolitico tedesco allennesima potenza - senza alcuna sensibilità del contesto storico-politico in corso.
I musulmani si percepiscono sotto attacco dallOccidente, e con qualche «ragione» logica (da logos, ricorda Ratzinger): due Paesi musulmani sono sotto unoccupazione militare sterminatrice da cinque anni, un altro (Libano) è stato devastato fino alla radice ed ora è occupato da truppe «infedeli», Iran e Siria sono minacciati di aggressione bellica, anche nucleare.
LIraq conta centinaia di migliaia di morti, lAfghanistan è in fiamme e massacrato, il Libano pieno di bombe a grappolo inesplose che ammazzeranno i bambini per mesi ed anni, a Gaza i palestinesi muoiono di fame nel loro lager autogestito.
Ed a questi - a gente che si sente attaccata per la propria fede, per la propria identità - Ratzinger va a ripetere la frase di Manuele II, anno 1341: «Mostrami pure ciò che Maometto ha detto di nuovo e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede».
E nemmeno lo diceva ai musulmani: lo diceva ai «suoi» luterani tedeschi.
A loro, ai giudaizzanti, ha inteso le parole di Manuele Paleologo: «La fede è frutto dellanima [cultura] e non del corpo [bibbia]. Chi quindi vuol condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di ragionare correttamente, non della violenza e della minaccia»... frase che avrebbe potuto rivolgere, esplicitamente, ai «cristiani rinati» americani che tifano per lArmageddon, ed esultano dellavvicinarsi dellApocalisse, convinti di assoggettare i musulmani con la pura violenza.
Tanta cultura.
E tanta cecità politica da non capire che i giornalisti, che del suo discorso complesso e coltissimo non capiranno nulla, avrebbero colto solo quella specifica frase, in funzione «guerra di civiltà».
E insensibile, ingenuamente, allaspetto profondamente offensivo che quella frase risuona per i musulmani.
Anzitutto, offensivo che un non-islamico citi il Corano (il loro Verbo, il loro Logos, Dio sotto forma di parola) mettendone in rilievo le contraddizioni, e relativizzandole storicisticamente: da «nessuna costrizione in fatto di religione» (detto «Quando Maometto era ancora senza potere e minacciato») fino allasserzione contraria quando era «potente».
E poi «cose solo cattive»: ciò non può essere inteso che come una bestemmia da qualunque islamico.
Peggio ancora delle vignette blasfeme danesi.
E senza rendersene conto.
Dopo di che, andrà in Turchia. A che fare, se non a farsi ammazzare da chiunque voglia un nuovo 11 settembre, per continuare la guerra globale e attaccare, mettiamo, lIran?
In un attentato islamico vero o false flag?
Sorvolo su altre cose: come dire che «Dio non si compiace del sangue», quando sè compiaciuto del sangue di Suo Figlio, e noi beviamo il Suo sangue, e san Paolo dice ai cristiani tiepidil «non avete ancora sofferto fino al sangue»: la nostra è una religione del sangue: sangue di vittime, non di guerrieri, ma sangue sempre sparso; lamore di Dio è sanguinoso, mai pacifista...
Ma non è questo il peggio.
Il peggio è la cecità politica.
E la tragica ragione di questa cecità: tra «Atene» e «Gerusalemme», che ha voluto riunire contro i separatori, il Papa ha dimenticato «Roma».
La cita, Roma.
Ma in un caratteristico inciso, come en passant: lincontro [tra Atene e Gerusalemme] «al quale si aggiunge successivamente il patrimonio di Roma, ha creato lEuropa».
«Successivamente»? ma Roma è «presente» quando Cristo nasce!
Cristo opera nella luce e nella pace di Roma!
E solo in Roma, nel suo imperium amico dellumanità, che può avvenire lincontro tra Gerusalemme ed Atene, come ben capì san Paolo, ebreo geniale e cittadino romano!
Roma non è un accessorio, un incidente storico: è il quadro immanente e necessario in cui la novità cattolica può avvenire.
O, come riconobbero infiniti padri della Chiesa, la pace di Cesare, lunificazione del mondo sotto Roma, fu «provvidenziale», voluto da Dio.
Roma è la forza unita al diritto e mai senza di esso.
Roma è la potenza che si riconosce «secondaria» rispetto ad Atene: poteva far cominciare il mondo da sé, e invece accetta che nella sua storia ci siano «altri» da cui imparare come un allievo: Socrate, Platone, Aristotele.
Roma è, soprattutto, la Politica nel senso più alto: le armi a difesa della vita umana, perchè la società possa fiorire nella pace anziché scontrarsi per le «verità» di ogni gruppo od etnia.
Roma non è razziale: è lo spazio che libera ogni uomo dai suoi legami di sangue e di tribù.
Sagace nel non provocare i soggetti, sagace nellassociarsi tutti i diversi, nel farli partecipare al suo progetto, farseli «cittadini di Roma»...
Ma a che parlare più?
Anche questo errore di Ratzinger, il santuomo professorale, è intensamente «tedesco».
Un tedesco, anche cattolico, non riuscirà mai facilmente, e senza sofferenza a capire Roma.
A farsi profondamente, intimamente, senza residui «romano».
Lutero e Wagner, Nietzsche (il «greco» professore) e Hitler furono anti-romani radicalmente: è questa la loro radice comune e rovinosa.
Del resto, si è tedeschi per jus sanguinis; e Roma è il superamento di ogni «diritto del sangue».
Per questo, in Ratzinger (come in Thomas Mann, ma anche come in Nietzsche e in Hitler) la impoliticità è radicale e «naturale».
A sua e nostra tragedia.
Preghiamo per il Papa che va (a che fare?) in Turchia.
Speriamo non sia lui luomo biancovestito che cade e non più si rialza, visto a Fatima.
Se accadrà, diremo «sia fatta la volontà di Dio», che ci vuole provare col fuoco di una guerra spaventosa, e fino a ieri evitabile.
Post scriptum: Mentre scrivevo questo articolo, un amico mi segnala la seguente notizia apparsa su Il Giornale.
Come si vede, lo scenario è già stato preparato, ben prima degli «insulti allIslam».
«Un best seller turco mette in scena lomicidio di Ratzinger», di Marta Ottavini.
«Il Papa che viene assassinato durante la sua visita a Istanbul. Un giornalista che si trasforma in omicida. Un intrigo internazionale che comprende Opus Dei, P2 e servizi segreti turchi. Sono gli ingredienti del romanzo Papa? ya suikast (Attentato al Papa, ndr)».
Sottotitolo: «Chi ucciderà Benedetto XVI ad Istanbul?».
Il libro, di Yücel Kaya, semisconosciuto autore di gialli, è uscito in Turchia da appena 10 giorni e sta già scalando la classifica dei titoli più venduti su internet.
In poco più di trecento pagine lo scrittore racconta le manovre e gli intrighi che si celano dietro lassassinio del Pontefice durante la sua prima visita pastorale in Turchia.
Una trama inquietante, se si pensa che, nella vita reale, levento avverrà fra poco più di due mesi, dal 28 novembre al primo dicembre prossimi.
E che nel Paese della Mezzaluna, negli ultimi sei mesi, sono stati aggrediti tre preti, primo fra tutti don Andrea Santoro, ucciso per mano di un giovane fanatico lo scorso 5 febbraio a Trebisonda. Qualcuno, dopo aver letto il romanzo di Kaya, potrebbe mettersi strane idee in testa.
Al centro della trama cè il giornalista Oriano Ciroella, legato all Opus Dei, che si trasformerà nel killer di Benedetto XVI.
Alle sue spalle un oscuro cardinale, membro dellOpus Dei e della P2, che vuole uccidere il Pontefice per prendere il suo posto.
Dallaltra parte, invece, opera il MIT, il servizio segreto turco, storicamente legato agli ambienti della destra islamica, che vede nella visita del Papa in Turchia una pericolosa opportunità per lunione delle chiese cattolica ed ortodossa.
Prudente la reazione della Chiesa cattolica in Turchia.
«Dobbiamo collocare questo episodio per quello che rappresenta - ha detto il Nunzio Apostolico Antonio Lucibello -. Si tratta di finzione letteraria e come tale dobbiamo prenderla. Ci manteniamo prudenti e fiduciosi. Il governo turco si sta adoperando perché la visita del Papa venga organizzata nei minimi particolari».
Maurizio Blondet
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